SPECIALE DIABETE, dott.ssa Iandoli: “Importante combattere obesità e sedentarietà”

Oggi abbiamo affrontato il tema “Diabete” con la dottoressa Mariarosaria Iandoli del Centro Polispecialistico “Futura Diagnostica” di Avellino. Il diabete è una patologia in forte crescita. Non sono tra gli anziani. Approfondiamo l’argomento, nell’intervista che segue…

Dottoressa, spieghiamo cos’è il diabete mellito?

“Il diabete mellito è una malattia cronica caratterizzata da valori elevati di glucosio (zucchero) nel sangue. Il nome fu coniato dagli antichi greci per la presenza di “urine dolci”, quindi l’organismo non riesce ad utilizzare il glucosio, si accumula nel sangue e successivamente viene espulso con le urine. Ma perchè succede questo? Quali sono le cause del diabete? L’insulina è l’ormone (messaggero chimico, colui che mette in moto delle reazioni) che consente al nostro corpo di utilizzare il glucosio come fonte energetica per far lavorare le nostre cellule. Quando il pancreas produce poca insulina, oppure le cellule del nostro corpo non riconoscono la sua presenza, il livello del glucosio nel nostro sangue si alza determinando iperglicemia con valori fino a 126mg/dl e diabete mellito per valori superiori. A tale proposito è importante ricordare che i valori normali di glucosio nel sangue sono compresi tra 70 e 110mg/dl”.

C’è familiarità tra le cause del diabete?

“Prima di parlare di cause e familiaritĂ  del diabete è importante differenziare il diabete. Esiste, infatti, un diabete mellito di tipo 1, un diabete mellito di tipo 2 e un diabete gestazionale. Il diabete mellito di tipo 1 Ă¨ una forma di diabete che un tempo veniva definita giovanile, colpisce infatti bambini o adolescenti spesso dopo un episodio febbrile ed è una “malattia autoimmune “cioè ci sono nel pancreas, organo che come abbiamo detto produce insulina, le cellule beta a ciò deputate che però in questi pazienti vengono distrutte perche’ non riconosciute come proprie. Da qui il termine autoimmune. In ultima analisi in questi pazienti viene prodotta poco o niente insulina e per questo essi saranno costretti alla somministrazione di dosi di insulina a vita che consenta loro di utilizzare il glucosio come fonte energetica per le nostre cellule e impedirne eccessi nel sangue. Il diabete mellito di tipo1 e’ spesso associato a celiachia e tiroidite, presenta una predisposizione genetica ma non ereditaria. Il diabete mellito di tipo 2 Ă¨ una forma di diabete che colpisce persone adulte, spesso in etĂ  matura, ed è caratterizzata sia da una riduzione della produzione di insulina che da quella che viene definita insulinoresistenza cioè l’incapacitĂ  ’delle cellule del nostro organismo di riconosce l’insulina. Questa forma di diabete presenta una predisposizione ereditaria ed è spesso influenzata da fattori ambientali quali obesitĂ , vita sedentaria, alimentazione scorretta e ipercolesteolemia per esempio. I pazienti affetti da questa forma di diabete possono, pur avendo una malattia cronica, contenere i sintomi anche con un corretto stile di vita. Nella cura potrĂ  essere necessaria – a seconda dei casi – terapia insulinica o ipoglicemizzanti orali (compresse) in base alla gravita’della patologia. Infine, il diabete gestazionalecolpisce il 10% delle donne in gravidanza e si manifesta con aumento dei valori della glicemia limitatamente al periodo della gravidanza, tuttavia le donne con diabete gestazionale tendono piĂą frequentemente a sviluppare diabete mellito di tipo 2 in etĂ  avanzata. E’ importante diagnosticare tale patologia perchè gli elevati valori ematici di glucosio potrebbero creare danni al feto oltre che alla madre. Questa forma di diabete si cura di solito con un corretto regime alimentare ed eventualmente, nei casi piĂą gravi, con insulina”.

Quali sono i sintomi del diabete mellito?

“I sintomi del diabete mellito si accomunano in tutte le forme mostrandosi però in maniera più marcata e improvvisa nella forma giovanile, mentre nel diabete di tipo 2 sono spesso silenti per anni. Quali sono dunque i sintomi:

  • aumento della sete;
  • aumento dell’appetito;
  • aumento della minzione (aumentata quantitĂ  e frequenza di urine);
  • affaticamento e sonnolenza;
  • perdita di peso immotivata”.

Come avviene la diagnosi ?

“I sintomi di cui abbiamo parlato sopra sono i campanelli dall’allarme per fare diagnosi di diabete mellito. L’esame fondamentale per diagnosticare il diabete è un prelievo venoso:

  • glicemia che ci dice il valore dello zucchero nel sangue a digiuno e, come abbiamo giĂ  detto, i valori normali sono  compresi tra 70e 110mg/dl  mentre si parla di iperglicemia per valori fino a 126mg/dl e di diabete mellito quando si supera questa soglia;
  • emoglobina glicosilata (HbA1c) è un esame che ci indica la concentrazione media di glucosio nel sangue negli ultimi tre mesi, esame utile questo sia nell’esordio ma soprattutto nel monitoraggio del diabete.

Sono considerati normali valori fino a 5,5% HbA1c , si può parlare di prediabete con valori fino a 6,5% HbA1c e di diabete oltre tali valori. Ovviamente un soggetto diabetico che riesce a contenere la glicemia avrà valori inferiori o di poco superiori a 6,5% , diversamente si parla di diabete scompensato per valori superiori a 7%HbA1c.

  • curva da carico glicemica Ă¨ un esame che consente una piĂą definita diagnosi del diabete in quanto va a considerare la tolleranza del soggetto alla somministrazione di glucosio per via orale.

L’esame consiste nell’effettuare un primo prelievo di sangue a digiuno e valutare il valore della glicemia per poi somministrare una dose variabile (50/75gr) di zucchero sciolto in acqua e quindi ripetere il prelievo a piu’ tempi (30-60-90-120minuti) valutando con la misurazione delle diverse glicemie come il paziente risponde al carico di glucosio. Diciamo che e’ importante dopo le due ore che i valori siano compresi tra 70 e 140mg/dl di glucosio, se tali valori raggiungono i 200mg/dl si parla di diabete conclamato. Questo test viene oggi sempre piĂą spesso utilizzato come esame di screening per individuare il diabete gestazionale”. 

Anche per il diabete si parla di prevenzione? 

“Il diabete mellito è una malattia cronica, quindi dalla quale non si guarisce, e che nel tempo, se non compensata, può dare origine a numerose complicanze. Per tali ragioni è importante, laddove e possibile, fare prevenzione. A tale proposito dobbiamo nuovamente distinguere le due forme di diabete, infatti nel diabete mellito di tipo 1 più che prevenire la malattia possiamo cercare di prevenire le complicanze in quanto da malattia autoimmune ad oggi non conosciamo modi per prevenirla. Diversamente nel diabete mellito di tipo2 e in quello gestazionale che tra le cause hanno, oltre a predisposizione genetica fattori ambientali, possiamo parlare di prevenzione e di contenimento della malattia con una serie di regole di vita quali:

  • combattere l’obesitĂ ;
  • controllare il colesterolo;
  • osservare una diete bilanciata ricca di frutta e verdura e povera di grassi;
  • fare esercizio fisico;
  • effettuare controlli periodici;
  • monitorare i valori della glicemia con il glucometro.

Quali sono le complicanze del diabete mellito?

“Il diabete mellito, purtroppo, è una malattia che se curata male o non diagnosticata in tempo, può determinare una serie di complicanze a volte anche invalidanti per i pazienti quindi è importante fare diagnosi di diabete e monitorare con controlli periodici chi ne è affetto. Le complicanze del diabete si dividono in acute e croniche. Le complicanze acute interessano prevalentemente il diabete mellito di tipo 1 e sono caratterizzate dalla mancanza di insulina. Questo deficit consente al nostro organismo di utilizzare il glucosio come carburante per le nostre cellule, per cui per compensare il nostro organismo utilizza i lipidi ma questa operazione determina la formazione di corpi chetonici che vengono eliminati con le urine. Se questi sono troppi, e l’eliminazione urinaria non è sufficiente, si accumulano nel nostro organismo determinando cheto acidosi diabetica che può iniziare con vomito, nausea, dolori addominali fino al coma chetoacidosico. Complicanze croniche comuni invece alle due forme di diabete riguardano i reni, l’apparato cardiovascolare, gli occhi e il sistema nervoso. I reni ,perchè il rene col tempo può non riuscire piĂą bene a filtrare le scorie metaboliche, ricordiamo a tale proposito che molti pazienti che arrivano alla dialisi vengono da una nefropatia diabetica. L’apparato cardiovascolare perchè i soggetti diabetici vanno piĂą facilmente incontro ad accidenti vascolari (ictus , infarto del miocardio, vascolopatia cerebrale). Gli occhi, perchè è possibile andare incontro alla retinopatia diabetica che può portare a grave compromissione della capacitĂ  visiva. Il sistema nervoso, per la comparsa di neuropatia diabetica caratterizzata da formicolii alle estremitĂ , riduzione della sensibilitĂ  fino alla comparsa di ulcerazioni al piede che danno origine a quello che viene definito “piede diabetico”. Il monitoraggio costante della malattia diabetica può ridurre tutte queste complicanze”. 

Quali sono gli esami utili per monitorare il diabete mellito?

“Per il monitoraggio del diabete ci sono, dunque, una serie di controlli che è possibile effettuare. Quelli più semplici da eseguire possono essere praticati in un laboratorio di analisi come la “Futura Diagnostica” e consistono in prelievi venosi ed esame delle urine con la valutazione della glicemia nel sangue e nell’urine, dell’emoglobina glicosilata, della curva da carico glicemica e della glicemia frazionata (costo 1,70). La valutazione della funzionalità renale con azotemia creatinina su sangue e microalbuminuria, proteinuria e clearance della creatinina sulle urine delle 24 ore; la valutazione dell’assetto lipidico nel sangue con colesterolo totale, hdl ,ldl, e trigliceridi. A tutto questo ovviamente indirizzerà lo specialista che indicherà anche altri controlli periodici quali elettrocardiogramma, elettromiografia, doppler alle carotidi e agli arti inferiori nonchè controllo del fondo oculare”.

Fonte: irpiniatimes

Test sangue occulto nelle feci, dott.ssa Palatucci: “Riduzione della mortalità”

Intervista alla dott.ssa Carmela Palatucci, direttrice del Centro Polispecialistico “Futura Diagnostica” di Avellino con la quale abbia affrontato il tema “Sangue occulto nelle feci”.

Sangue occulto nelle feci non vuol dire necessariamente tumore al colon-retto….

“La proctoraggia (sanguinamento rettale) consiste nella perdita di gocce di sangue di colore rosso vivo dal retto (ano). Il paziente si accorge del sangue sulle feci sulla carta igienica o nel wc. Puo’ esserci, pero’, nelle feci presenza di tracce microscopiche, non visibili ad occhio nudo, ma evidenziabili con specifiche analisi di laboratorio. E’ il caso della ricerca del sangue occulto nelle feci (SOF), che rappresenta un importante test di screening per il tumore del colon-retto, consigliabile di eseguirlo con cadenza annuale a partire dai 45/50 anni di eta’. Come tutte le metodiche di screening, è bene sottolineare che la ricerca di sangue occulto nelle feci non ha significato diagnostico, ma identifica semplicemente le persone a rischio per questa patologia e per i polipi intestinali, che si possono asportare per impedirne l’eventuale trasformazione in tumore maligno. Pertanto, se fossero rinvenute tracce di sangue nelle feci di un paziente, questo deve essere indirizzato verso accertamenti diagnostici specifici, come la colonscopia. Non si può, infatti, dimenticare la lunga lista di possibili condizioni che rendono positiva la ricerca di sangue occulto nelle feci: ulcera duodenale e/o gastrica, varici esofagee, colite ulcerosa, morbo di Crohn, diverticolite, fistole anali, contaminazione del campione con sangue mestruale o urinario, emorroidi,ragadi anali, dieta non adeguata nei giorni che precedono il test. Pur essendo priva di significato diagnostico, la ricerca del sangue occulto nelle feci, rimane un’indagine particolarmente preziosa per una diagnosi precoce, che a sua volta si traduce in una prognosi sensibilmente migliore, ossia con maggiori possibiltĂ  di sopravvivenza. Infatti, secondo i risultati di uno dei piĂą importanti studi epidemiologici, la ricerca del sangue occulto nelle feci ha mostrato, rispetto agli individui del gruppo di controllo, una riduzione della mortalitĂ  pari al 33% quando il test veniva eseguito annualmente e del 21% , se eseguito ogni due anni. L’esame va eseguito anche in assenza di disturbi, poichè i tumori del colon-retto, spesso non danno alcuna sintomatologia particolare per anni. Inoltre, se è vero che un risultato positivo non significa obbligatoriamente presenza di tumore al colon, è possibile anche la situazione opposta, poichè il processo patologico può indurre sanguinamenti  intermittenti. Pertanto, anche se recentemente l’esame ha dato esito negativo, è sempre consigliabile rivolgersi al proprio medico in presenza dei seguenti disturbi: modificazioni delle proprie abitudini intestinali, presenza di sangue visibile ad occhio nudo nelle feci, sensazione di ingombro rettale persistente dopo evacuazione”.

Quando sottoporsi all’esame del “ Sangue Occulto”?

“I motivi che possono giustificare la presenza di sangue nelle feci sono vari e vanno da malattie infiammatorie a tumori del colon. Il Ministero della Salute consiglia alle persone che rientrano nella fascia di etĂ  tra i 50 e i 69 anni di sottoporsi all’esame con una cadenza biennale e viene richiesto come indagine di screening per la diagnosi precoce di cancro del colon, nell’ambito dei programmi di prevenzione ontologicamente attivi in Italia. Nonostante il sangue nelle feci possa essere causato dai polipi intestinali e o dal tumore del colon-retto, diverse condizioni molto piu’ comuni e meno preoccupanti determinano la stessa causa , come le emorroidi e le ragadi anali. Sintomi sospetti che possono indicare la presenza di un tumore del colon sono, oltre al sanguinamento, una non giustificabile perdita di peso, una debolezza fisica anomale, l’emissione di feci nastriformi o alterazione dell’alvo (stitichezza, diarrea o alternanza delle due condizioni). Purtroppo pero’tali sintomi tendono a comparire solo quando il tumore è giĂ  in fase avanzata; ecco quindi l’importanza di sottoporsi a periodici esami di screening a partire dai 50 anni di eta’, o prima per i soggetti predisposti. Il sanguinamento intestinale nei tratti iniziali dell’intestino si rende evidente con la presenza di feci scure (perchĂ© il sangue è stato digerito).Anche in questo caso, diverse sono le cause che possono determinare alterazioni cromatiche: integratori di ferro, assunzione di alimenti che ne sono ricchi (spinaci, cacao). Un elevato consumo di barbabietole e liquirizia può  invece conferire una colorazione rossastra alle feci”.

La colonscopia virtuale puo’ sostituire quella tradizionale?

“Non è raro che gli  esame del sangue occulto diano esito positivo, ma non sempre è il caso di preoccuparsi. Spesso, infatti, la presenza di sangue occulto è dovuta a lesioni legate alla stitichezza o a emorroidi. Se invece si sospetta la presenza di un polipo, sarĂ  necessario sottoporsi ad una colonscopia, esame invasivo che consiste nell’inserire nell’ano un tubo flessibile fornito all’estremitĂ  di una telecamera. Per ridurre i fastidi al paziente la colonscopia è diventata anche virtuale. Nata nel 1994, la colonscopia virtuale permette di studiare le pareti interne del colon in maniera non invasiva., risparmiando al paziente i fastidi legati alla procedura tradizionale e non necessita utilizzo di sedativi ed antidolorifici. La durata dell’esame è inferiore e le dimissioni immediate, con possibilitĂ  di guidare e riprendere al piu’ presto le normali attivitĂ  quotidiane. La colonscopia virtuale sfrutta una tecnica chiamata TC spirale multistrato ed un software, in costante aggiornamento, capace di ricostruire sullo schermo le pareti del colon. Cio’ è reso possibile dall’uso di radiazioni ionizzanti, che vengono fatte passare attraverso il corpo del paziente; all’estremitĂ  opposta un opportuno ricevitore è in grado di registrare tali radiazioni, che escono dal paziente con gradi di attenuazione diversi in base ai tessuti attraversati (piu’ sono densi e maggiore è l’attenuazione).Convertendo questi dati in un segnale elettrico, è possibile ricostruire, con l’ausilio di un apposito programma, l’anatomia dei tessuti e degli organi irradiati. Il radiologo potrĂ  quindi osservare l’interno del colon “ virtualmente”, come se stesse effettuando una colonscopia convenzionale.In teoria, inoltre, è possibile esaminare anche gli altri organi addominali, individuando eventuali alterazioni patologiche extracoliche. La scansione ha una durata di pochi secondi e la quantitĂ  di radiazioni ionizzanti somministrate è minima e notevolmente inferiore ad un esame TC dell’addome standard. Un altro vantaggio della colonscopia virtuale rispetto alla tradizionale consiste nella capacitĂ  di visualizzare in maniera completa tutto il colon, che per la particolare conformazione o per la presenza di stenosi e diverticoli puo’ non rendere possibile l’esame di alcuni tratti (cieco-ascendente) con la tradizionale colonscopia. La metodica virtuale trova quindi un ulteriore indicazione in tutti quei casi di colonscopia tradizionale incompleta, o non eseguibile per il rifiuto del paziente o per la presenza di controindicazioni al suo svolgimento (ad esempio nei cardiopatici e nei bronchitici cronici). A causa della necessitĂ  di insufflare aria nel colon, la colonscopia virtuale rimane comunque controindicata, al pari della tradizionale, in presenza di diverticolite acuta, megacolon tossico e a recenti interventi chirurgici in questo tratto di intestino.Nonostante la dose di raggi X somministrata al paziente sia molto bassa, la colonscopia non deve essere eseguita in gravidanza. Il principale limite o svantaggio della colonscopia virtuale rispetto alla tradizionale rimane l’impossibiltĂ  di intervenire durante l’esame stesso per eseguire piccoli prelievi bioptici o per asportare un polipo anomalo.Purtroppo nelle situazioni in cui la colonscopia individua delle anomalie, tali operazioni si rendono indispensabili ed il paziente dovrĂ  sottoporsi, suo malgrado all’esame tradizionale. La preparazione per questa indagine è simile a quella utilizzata per la colonscopiua ottica tradizionale, anche se generalmente meno restrittiva”. 

In cosa consiste l’esame?

 â€śIl paziente che intende eseguire il test del sangue occulto nelle feci , deve raccogliere un campione fecale rispettando le indicazioni del centro di analisi, generalmente basate sui seguenti consigli:

  • Usare l’apposito contenitore sterile munito di cucchiaino interno;
  • Emettere le feci in un recipiente tipo vaso da notte, evitando di mescolarle con le urine, con l’acqua ded wc o con i suoi detergenti;
  • Raccogliere il campione con l’apposita spatolina in tre punti diversi delle feci, sino a riempire metĂ  circa del recipiente in modo da ottenere un campione il piu’ omogeneo possibile;
  • Scrivere il nome sull’etichetta del sistema per la raccolta delle feci;
  • Portare il contenitore in laboratorio al piu’ presto, o in caso di raccolta di piu’ campioni, conservarlo in frigorifero;
  • Non eseguire il test durante il periodo mestruale, in presenza di emorroidi sanguinanti o se si perde sangue con le urine”.

Quanti giorni occorrono per conoscere l’esito?

 â€śIl referto del sangue occulto viene consegnato al paziente in giornata. L’analisi che si utilizza c/o Futura diagnostica utilizza un test immunologico a legame diretto per il rilevamento rapido e qualitativo del sangue occulto nelle feci. Il test del SOF adotta un metodo a sandwich immunocromatografico, che impiega due specifici anticorpi monoclonali per identificare selettivamente l’emoglobina nei campioni del test.La sensibilitĂ  è molto alta con la capacitĂ  di rilevare 50 ng/ml di emoglobina nelle feci”.

Parliamo del costo…

“Per eseguire l’esame della ricerca del sangue occulto nelle feci, bastano pochi euro (all’incirca 3), anche per chi non ha esenzione medica, altrimenti  l’esame è prescrivibile dal MMG con cod. R 90214″.

Fonte: irpiniatimes

Dott. Peluso: “Hpv infezione molto frequente nella popolazione”

Intervistata al responsabile del Settore Biologia Molecolare del Centro Polispecialistico “Futura Diagnostica” di Avellino, il dottore Pasquale Peluso con il quale abbiamo affrontato il tema HPV.

Dottore, spieghiamo cos’è l’Hpv…

“Il Papilloma virus umano (Human Papilloma Virus) è un DNA virus con genoma circolare a doppio filamento. Si conoscono più di 120 tipi di Papilloma virus, divisi in gruppi (ceppi o genotipi) in base alle omologie di sequenza del DNA. La maggior parte di tali virus, Hpv a basso rischio, causa malattie non gravi, come le verruche cutanee, o tumori benigni, come il condiloma genitale. La restante parte, indicata come Hpv ad alto rischio, causa tumori maligni, come il cancro alla cervice (100%), all’ano (90%), alla vagina (70%), al pene (50%), alla vulva (40%) ed al cavo orofaringeo (26%)”.

Un virus sessualmente trasmissibile, non solo nelle donne quindi…

“Il virus Hpv si trasmette per via sessuale, attraverso il contatto con cute o mucose; i microtraumi che avvengono durante i rapporti sessuali potrebbero favorire la trasmissione. La trasmissione attraverso contatti genitali non penetrativi è possibile, pertanto, l’uso del profilattico, sebbene riduca il rischio di infezione, non lo elimina totalmente dal momento che il virus può infettare anche la cute non protetta dal profilattico stesso. Faccio notare che numerosi studi concordano nel ritenere la giovane età, il numero di partner sessuali e la reciprocità nei rapporti sessuali, i fattori di rischio più rilevanti per l’acquisizione dell’infezione da Hpv, senza distinzione di genere”.

Alcuni tipi di Hpv sono definiti ad alto rischio oncogeno poichè associati all’insorgenza di neoplasie…

“Ad oggi sono stati identificati oltre 100 tipi di Hpv che infettano l’uomo e, tra questi, circa 40 sono risultati associati a patologie del tratto ano-genitale, sia benigne che maligne. I diversi tipi di hpv vengono distinti in genotipi ad alto e basso rischio di trasformazione neoplasica. L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iacr) ha confermato l’evidenza oncogena per 12 tipi di Hpv che vengono identificati come Hpv ad alto rischio. Tra questi gli Hpv 16 e 18 sono responsabili di oltre il 70% dei tumori al collo dell’utero ed includendo anche i tipi di Hpv 45, 31, 33, 52, 58, e 35 sono coperti quasi il 90% dei tumori alla cervice. Altre famiglie di Hpv sono, invece, responsabili di patologie benigne e vengono dominati Hpv a basso rischio. Tra questi, gli Hpv 6 e 11, sono responsabili del 90% dei casi di lesioni benigne dominate condilomi genitali”.

Che diffusione ha l’Hpv nella popolazione e qual è l’evoluzione dell’infezione?

“L’infezione da Hpv è molto frequente nella popolazione e stima che l’80% delle donne sessualmente attive si infetti nel corso della vita, con un picco di prevalenza nelle giovani fino a 2 5 anni di età. La buona notizia è che la maggior parte di tali infezioni è transitoria, perchè il virus viene eliminato dal sistema immunitario prima di sviluppare un effetto patogeno; pertanto, il 60-90% di infezioni da Hpv, incluse quelle da oncogeni, si risolve spontaneamente entro 1-2 anni dal contagio. In caso di infezione persistente, il tempo che intercorre tra l’infezione e l’insorgenza delle lesioni precancerose è di circa 5 anni, mentre la latenza per l’insorgenza del carcinoma cervicale può essere addirittura di decenni (20-40 anni).

Qual è l’esame che ci consente di diagnosticare precocemente l’Hpv?

“Finora, in Italia, il test di screening per la prevenzione del carcinoma del collo dell’utero è stato il PAP – Test (tradizionale e THIN prep), esame che rileva le alterazioni delle cellule e che, di norma, viene effettuato con cadenza triennale nelle donne di età compresa tra i 25 ed i 34 anni. Oggi, grazie ad un lungo lavoro di studio nazionale ed internazionale, i programmi di screening italiani stanno adottando un nuovo esame diagnostico denominato HPV Test. Tale esame utilizza le moderne metodiche di biologia molecolare e rileva direttamente il DNA del virus; pertanto esso è l’unico esame che, grazie alla sua sensibilità e specificità, permette di scoprire ed identificare il virus con largo anticipo, e comunque prima che esso possa provocare alterazioni e/o danni cellulari rilevanti”.

Come viene effettuato il test Hpv ed in quanto tempo si ha l’esito?

“L’Hpv test si esegue su un piccolo campione di cellule prelevate dalla sede del collo dell’utero, su THIN prep, su tamponi vaginali e su materiali biologici e bioptici di diversa provenienza; nell’uomo si esegue su tamponi e prelievi uretrali e/o balanici. Il risultato del test viene effettuato in 5 giorni lavorativi e prevede l’individuazione del virus e, in caso di positività, viene effettuata la genotipizzazione con l’indicazione del ceppo ad alto rischio identificato”.

Pap test e Hpv testm, quanto sono importanti nella prevenzione dell’Hpv?

“In termini di prevenzione primaria in Italia la vaccinazione (bivalente e tetravalente) è offerta gratuitamente dal 2007 alle ragazze nel 12° anno; negli anni successivi la vaccinazione è stata estesa anche a ragazze più grandi e dal 2015 alcune regioni offrono il vaccino anche ai maschi nel dodicesimo anno di età. Riguardo alla prevenzione secondaria, che interessa la maggior parte della popolazione, le donne tra i 25 ed i 34 anni dovrebbero effettuare un Pap – Test ogni tre anni, mentre le donne con un’età compresa fra i 30-35 anni ed i 64 anni, dovrebbero effettuare un Hpv Test almeno ogni 5 anni. Il test Hpv, come già detto, indica con molto anticipo la presenza del virus e quindi la possibilità di sviluppare una lesione precancerosa; ciò permette di allungare i tempi tra gli screening e di fare i test meno frequentemente. Infatti, è stato dimostrato che le pazienti con Pap – Test (THIN prep) ed HPV Test negativi hanno il 99% delle possibilità di non sviluppare tumori al collo dell’utero per i successivi 5 anni”.

Chiudiamo con il costo…

“Il costo dell’esame con ricetta medica è di 56,15 euro; 90 euro privatamete”.

Fonte: irpiniatimes

Breath Test, dott.ssa Palatucci: “Strumento diagnostico efficace per individuare intolleranze alimentari”

La dott.ssa Carmelina Palatucci, responsabile del Centro Polispecialistico “Futura Diagnostica” di Avellino.

Per questo nuovo appuntamento con la salute, si è parlato di “Breath Test”.

Dottoressa che cos’è il Breath test?

“Il breath test (termine anglosassone) o test del respiro, è un esame diagnostico non invasivo, semplice e indolore, che permette di individuare intolleranza alimentari (breath test al lattosio), velocita’ di transito intestinale (breath test al lattulosio), eventuali colonizzazioni batteriche anomale (test al glucosio) o la presenza del batterio Helicobacter Pylori nello stomaco. Il principio generale sul quale si basa la diagnostica “breath test” è che nell’espirato sono presenti composti gassosi, che seguendo un gradiente di diffusione, passano dal circolo ematico agli alveoli polmonari e come tali sono eliminati con il respiro. Si può dire, quindi, che il breath test all’Idrogeno misura la quantitĂ  di idrogeno presente nell’aria espirata dai pazienti sottoposti al test. GiĂ   nel IV secolo a.C. Ippocrate, padre della medicina insegnava ai suoi allievi che sentire il respiro di un malato poteva indirizzare  la diagnosi, anche se si deve arrivare al XVIII secolo con Antoine Lavoisier che analizzando il respiro dimostrò la presenza di gas  (anidride carbonica) e quindi si può affermare che gettò le basi per l’utilizzo scientifico e diagnostico del Breath Test”.

In che cosa consiste precisamente?

“Il breath test consiste nel raccogliere ad intervalli di tempo campioni di aria espirata, dopo aver ingerito una soluzione contenente diversa sostanza a seconda del test da eseguire. Per l’esecuzione del breath test al lattosio, si somministra al paziente adulto la dose di 25 gr di lattosio e al bambino la dose di 12.5  gr.,disciolta  in 200 ml di acqua naturale. Nelle 4 ore successive si preleva l’espirato ogni 30 minuti per un totale di 9 misurazioni. Il breath test all’Urea, dopo il primo prelievo di espirato, prevede invece una somministrazione di una compressa di 100 mg di C13-urea, (urea marcata con un isotopo dl carbonio C13) sciolta in una soluzione acquosa di una bustina di 1.4 gr di acido citrico, utilizzata  per rallentare lo svuotamento gastrico. Dopo 30 minuti dall’ aver assunto  la soluzione di UreaC13, si procede alla raccolta del secondo espirato”. 

E’ un test sempice da eseguire? Ha controindicazioni?

“Essendo l’esecuzione del test del respiro semplice, non invasiva e priva di rischi, può essere eseguita anche a bambini con etĂ  superiore a 6 anni e a donne in gravidanza o in allattamento. Il paziente deve rimanere in laboratorio per tutta la durata dell’esame e precisamente: 4 ore e 30 minuti per il test di intolleranza al lattosio e circa 35 minuti per il breath all’urea. L’esame va eseguito la mattina, a digiuno da almeno 8 ore. Il paziente non deve fumare, non deve assumere antibiotici nei 7 – 15 giorni  precedenti il test; sospendere fermenti lattici, lassativi o antidiarroici ed evitare nelle 24 ore precedenti l’esame, il consumo di latte, latticini e tutti i prodotti alimentari che contengono lattosio. La sera precedente l’esame si consiglia di consumare una cena leggera a base di riso, carne pesce e acqua naturale. In caso di malassorbimento del lattosio, dopo l’assunzione dello zucchero, se al paziente manca l’enzima Lattasi, responsabile della scissione del lattosio , lo zucchero non assorbito raggiunge il colon, viene fermentato dalla flora microbica locale, producendo gas (Idrogeno, metano, anidride carbonica), dando origine ai tipici fenomeni dell’intolleranza al lattosio: meteorismo, flatulenza, nausea, dolori crampiformi. Anche per il breath all’urea il paziente deve astenersi dall’uso di antibiotici per tre settimane prima dell’esame, una settimana dall’uso di farmaci gastroprotettori e il giorno del test, deve essere digiuno da almeno sei ore, astenendosi dal fumo  e dall’assunzione di caffe’. L’aria espirata con il breath all’urea viene analizzata tramite spettrometro di massa che permette di misurare la quantitĂ  di anidride carbonica con C13 rispetto al totale dell’anidride carbonica espirata .Se presente il batterio Helicobacter pylori  nello stomaco, si osserva un aumento di C13 nell’aria espirata”.

Quando è stato riconosciuto come strumento diagnostico efficace?

“Il breath test ha raggiunto il massimo della popolaritĂ , quando è stato utilizzato per diagnosticare infezione da Helicobacter pylori, unico microrganismo capace di resistere all’aciditĂ  dell’ambiente gastrico, al punto tale da insediarsi nella mucosa gastrica e ivi replicarsi. Tale caratteristica è data dalla capacitĂ  di produrre ureasi, un enzima che scinde l’urea nello stomaco liberando acido carbonico ed ammoniaca; l’ureasi neutralizza gli acidi gastrici creando un microambiente favorevole alla replicazione del batterio. L’infezione da helicobacter Pylori porta a conseguenze spiacevoli per il paziente, predisponendolo alla gastrite, all’ulcera gastrica e in alcuni casi a formazioni tumorali. Il medico può prescrivere la richiesta del breath test all’urea, quando il paziente presenta sintomi a livello gastrico con iperaciditĂ , eruttazioni, nausea e senso di pienezza, perdita di peso inspiegabile data l’elevata specificitĂ  dell’esame, il breath test all’urea può essere ripetuto nel tempo per monitorare l’efficacia della terapia medica intrapresa per eradicarne l’infezione”.

In quali casi è opportuno sottoporsi ai breath test?

“Se un paziente dopo aver ingerito latte e derivati decrive episodi di flatulenza, distensione addominale, diarrea, dolori al basso ventre, spesso aspecifici e di non facile inquadramento diagnostico, perchĂ© comuni al altre patologie, come celiachia, rettocolite ulcerosa, sindrome del colon irritabile… può essere richiesta  dal medico l’esecuzione del breath al lattosio”.

Il costo?

“Presso il nostro centro il costo dei singoli test e di 60 Euro”.

Fonte: irpiniatimes.it