Salute & Benessere, dott. Peluso: “HCV malattia asintomatica, spesso scoperta per caso”

Intervistata al responsabile del Settore Biologia Molecolare del Centro Polispecialistico “Futura Diagnostica” di Avellino, dottore Pasquale Peluso con il quale è stato affrontato il tema HCV.

HCV. Cos’è e come avviene la diagnosi…

“L’epatite C è un’infezione causata da un virus denominato HCV (Hepatite C Virus) appartenente al genere hepacivirus della famiglia Flaviviridae. L’infezione da HCV, il più delle volte passa inosservata, non producendo una reazione patogena evidente. In particolare, dopo l’esposizione al virus HCV, il sistema immunitario reagisce cercando di eliminarlo; in questa fase, che viene definita acuta e che può durare fino a 6 mesi, il nostro organismo lotta contro il virus. E’ questa la fase in cui generalmente si avvertono sintomi chiaramente indicativi di una infezione epatica, sebbene nella maggio parte dei casi (90/95%) decorre in modo asintomatico, trasformandosi in infezione cronica senza causare una malattia vera e propria. Se si sospetta di essere entrato in contato con il virus del’epatite C, il primo passo da fare è quello di rivolgersi al proprio medico di famiglia perchè possa prescrivere i test necessari ad accertare un’eventuale infezione. E’ da precisare che tali esami vengono effettuati con un semplice prelievo di sangue”. 

Quali sono i sintomi che portano il paziente ad accertamenti approfonditi?

“Come già accennato in precedenza, molto spesso l’infezione da HCV è del tutto asintomatica. Pertanto, il più delle volte, la sua scoperta è occasionale ed avviene in soggetti che godono di buona salute. In particolare, vi può essere un aumento delle transaminasi (ALT, AST), della gGT, della fosfatasi alcalina, una diminuzione isolata delle piastrine o un aumento della frazione gamma-globulinica del plasma. Altre volte la malattia può essere scoperta in corso di screening per motivi vari (donazione di sangue, etc…); non raramente può essere scoperta per anomalie in corso di indagini ecografiche o radiologiche dell’addome”:

Anti-HCV o Ab anti-HCV, qual è la differenza?

“In realtà, entrambe le sigle indicano la presenza di anticorpi contro il virus dell’epatite C. Per lo screening viene utilizzato il test ELISA ed in caso di positività, tale risultato verrà confermato da un altro test altamente specifico, denominato RIBA. La positività a questo screening iniziale confermerà o meno che il soggetto è venuto a contatto con il virus”.

La presenza degli anticorpi indica esclusivamente un contatto con il virus ma non l’infezione in corso. Ce lo conferma? 

“Come dicevamo, la presenza certa degli anticorpi anti-HCV evidenzia la venuta in contatto con il virus; tuttavia, la certezza della malattia, si avrà solo dopo aver accertato la presenza del virus nel sangue. Tale indagine viene effettuata tramite metodiche di Biologia Molecolare e, nello specifico, la ricerca dell’HCV-RNA qualitativo confermerà l’infezione attiva e la eventuale malattia; una ulteriore indagine, l’HCV-RNA quantitativo, indicherà la quantità di virus nel sangue. C’è da precisare che la quantità di virus non è necessariamente correlata con la gravità dell’infezione”.

In caso di episodio a rischio, è necessario attendere del tempo prima di potersi sottoporre al test per la ricerca dell’anticorpo anti-HCV?

“In caso di episodi a rischio (punture con aghi potenzialmente infetti, forbici, rasoi, spazzolini e tagliaunghie non opportunamente sterilizzati, etc…) oppure quando si sia avuta una trasfusione di sangue, plasma o emoderivati, prima di effettuare uno screening anti-HCV vi è da tenere presente che il virus ha un periodo di incubazione piuttosto lungo. Esiste un periodo cosiddetto ‘finestra’ che va dall’episodio a rischio alla comparsa degli anticorpi; nello specifico, l’anticorpo può formarsi ed essere rilevato dalla quarta alla ventiquattresima settimana dall’eventuale contagio (1/6 mesi). Questo significa che effettuare il test per la ricerca dell’anticorpo prima che siano trascorsi i sei mesi dalla presunta infezione, potrebbe dare origine ad un falso negativo”.

Quanto è attendibile questo tipo di esame?

“I moderni test ELISA hanno una sensibilità e specificità superiore al 90-95%. Tali esami, associati al test di conferma RIBA, azzerano quasi del tutto la possibilità di un falso negativo che è tuttavia possibile nel caso di individui immunodepressi, nei quali il sistema immunitario non riesce a produrre anticorpi anche in presenza di virus circolante”.

Dottore, dall’HCV si può guarire?

“La prima terapia per il trattamento dell’epatite C è stato l’interferone-alfa (IFN), introdotto nella pratica clinica nella metà degli anni ’80. Agli inizi del 2000, l’uso congiunto di ribavirina e interferone peghilato (Peg-INF) ha migliorato notevolmente il trattamento della malattia. Lo scenario terapeutico è ulteriormente cambiato a partire dal 2014 con l’avvento dei farmaci antivirali ad azione diretta contro l’HCV (DAA), i quali hanno portato alla guarigione clinica nel 95% dei pazienti con punte vicino al 100%. La guarigione è confermata dalla non rilevabilità del virus all’esame dell’HCV RNA effettuato 12/24 settimane dopo avere ultimato il ciclo di trattamento terapeutico. E’ bene ricordare che l’epatite C è una malattia infettiva causata da un virus e pertanto la terapia antivirale permette di eliminare il virus ma non il danno epatico ed extraepatico causato dall’infezione. Pertanto, anche se guarito, il paziente non sarà immune ad una nuova infezione da HCV, nè risulterà negativo allo screening per anticorpi anti-HCV che rimarranno come ‘memoria immunologica’ della malattia”. 

Chiudiamo con il costo…

“E’ un esame prescrivibile, convenzionato. Privatamente, presso il nostro Centro, ha il costo di 50 euro”. 

Fonte: irpiniatimes.it

Salute & Benessere, prof. Taccone: “Test genetici sui tumori: i segreti nascosti del DNA”

Intervistata al consulente scientifico del Centro Polispecialistico “Futura Diagnostica” di Avellino, prof. Walter Taccone con il quale è stato affrontato il tema “Tumori: cause, rischi e predisposizione genetica”.

Tumori: cosa sono e come si identificano i test genetici.

Le cause del Cancro. Tutti i tumori hanno origine dalle cellule. Queste, nei soggetti normali, si riproducono dividendosi in modo da sopperire alle varie necessità dell’organismo oppure per sostituire le cellule morte o quelle che, danneggiate, vanno incontro ad un processo di morte programmata, che viene definita Apoptosi. Nei tumori questo delicato equilibrio viene sconvolto in quanto le cellule continuano a riprodursi senza freni a causa di alterazioni dei geni che si trovano nel loro DNA. Tali alterazioni vengono definite MUTAZIONI che, accavallandosi l’un l’altra determinano le alterazioni dei meccanismi di controllo delle cellule umane. Alcune di queste mutazioni sono ereditarie per cui, in questi ultimi anni, si sono sviluppate molte tecniche di Biologia Molecolare che consentono di analizzare tali mutazioni in soggetti cosiddetti a rischio. Essere portatori di tali mutazioni di alcuni geni coinvolti in singoli tipi di tumore non dà la certezza di ammalarsi in quanto non si eredita il tumore, ma il rischio di svilupparlo. In presenza di una mutazione è importante seguire programmi di controlli regolari ed accurati così come informare i membri maggiorenni della famiglia che potrebbero essere, a loro volta, portatori della mutazione”. 

Quando sottoporsi ai test di predisposizione?

“Gli studi nazionali ed internazionali sull’utilizzo dei test genetici in oncologia prevedono che siano effettuati esclusivamente all’interno di un più ampio percorso di consulenza onco-genetica, nel quale l’individuo o i membri di una famiglia possano comprendere pienamente il significato di ciò che viene proposto, le determinanti ereditarie, le opzioni di gestione della situazione e scegliere autonomamente il percorso più appropriato. test genetici, infatti, promettono di rivelare alle persone tutti i segreti nascosti nel DNA e di quantificare il loro rischio di ammalarsi. Si tratta di strumenti frutto delle più avanzate ricerche sulle cause delle malattie (in primo luogo del cancro, delle malattie neurodegenerative e cardiovascolari) e come tali costituiscono l’ausilio diagnostico del futuro ma, a detta degli esperti, si sono diffusi in modo eccessivo e incontrollato per cui tali controlli dovrebbero invece essere affidati a strutture accreditate e sicure. Occorre però stare molto attenti all’utilizzo di queste tecniche ed alle loro interpretazioni in quanto dietro queste iniziative apparentemente innocue si possono nascondere pericolosi fraintendimenti. Infatti, lo studio di alcuni  geni che aumentano la predisposizione ad ammalarsi di determinate malattie, è utile solo in casi selezionati, in quanto è opportuno procedere solo se dopo un’accurata valutazione da parte di un genetista esperto vi sono indicazioni al test genetico”. Sotto il grande cappello dei ‘test genetici’ si nascondono in realtà esami con finalità diverse. Ve ne sono alcuni che cercano nel DNA del soggetto la presenza di alcuni geni che sono indice di malattia già in corso. Un esempio è quello del gene della fibrosi cistica, che viene ricercato nei bambini appena nati con familiarità e che presentano alcuni sintomi sospetti. Altri geni, come alcuni di quelli che provocano il cancro del colon familiare (gene della poliposi adenomatosa familiare), non indicano la malattia ma una probabilità di ammalarsi che, con l’avanzare dell’età, arriva quasi al 90%. Non una certezza, quindi, ma quasi. Sapere di essere portatori di queste mutazioni nel DNA è però importante perché le misure di prevenzione (ricorso frequente alla colonscopia e asportazione dei polipi e di altre lesioni precancerose) sono efficaci nella maggioranza dei casi. Se invece si vanno a cercare geni che indicano un rischio di ammalarsi di tumore più basso (come per esempio i geni BRCA1 e BRCA2 del cancro del seno o dell’ovaio – che indicano un rischio compreso tra il 50% e l’80%), saperlo è molto utile perché dà l’indicazione di aumentare la frequenza dei controlli, cominciare in giovane età, adottare stili di vita sani ma solo l’asportazione preventiva dell’organo (mammelle, ovaie o tiroide) potrebbe, spesso a caro prezzo, fornire una ragionevole sicurezza di evitare il cancro. I candidati ai test di suscettibilità provengono da famiglie in cui la patologia è comparsa con frequenza superiore alla media e in età molto precoce. Infatti la cosiddetta Sensibilità diagnostica di un test aumenta considerevolmente quando i soggetti studiati fanno parte di una popolazione non asintomatica – SCREENING – ma di una popolazione selezionata ed a rischio per le patologie studiate. Poiché non conosciamo tutte le possibili alterazioni genetiche in alcune malattie (tra le quali diverse forme di cancro) non avrebbe senso fare screening su persone senza sintomi o senza casi in famiglia. In questi casi, un risultato negativo significa solo che il rischio di quell’individuo è analogo a quello della media della popolazione, mentre un risultato positivo indica un rischio aumentato, anche se non sempre è facile quantificarlo. Gli esami genetici non sono assimilabili quindi agli altri tipi di test diagnostici perché oltre a fornire informazioni sul soggetto che vi si sottopone, ne danno anche su familiari e parenti. Se una donna scopre, per esempio, di essere portatrice del gene BRCA per il cancro del seno, deve avvertire le sorelle? Queste si troveranno quindi a fronteggiare una situazione per la quale non sono preparate. Anche perché non vi è nessuna certezza: vi sono coppie di gemelle, ambedue positive per il gene BRCA in cui il cancro si è manifestato in una sorella ma non nell’altra. Esiste quindi una probabilità di sviluppare una neoplasia, ma non esiste assolutamente la certezza. Si parla quindi di RISCHIO di sviluppare una neoplasia”. 

Cosa vuol dire ‘rischio’?

“Si parla di rischio percentuale in quanto non esiste una matematica certezza sulla prognosi a seguito dell’esame. Infatti esiste un problema di interpretazione del referto, specie se non è un genetista a presentarlo al paziente. Non tutti hanno dimestichezza con la statistica, e invece qualche nozione è fondamentale per comprendere la reale portata delle informazioni che si ricevono. Per esempio, come ho già chiarito precedentemente, avere un rischio aumentato del 30% di sviluppare un tumore ha un significato diverso se la malattia è molto frequente o se, invece, è relativamente rara.

Il 30% in più di un numero piccolo significa un aumento limitato in termini assoluti, ma consistente se la malattia fosse molto diffusa”.

Il Centro Polispecialistico “Futura Diagnostica” offre al paziente una visita genetica ai fini di valutare l’eventualità e/o predisposizione al tipo di tumore?

“Il C.P. Futura Diagnostica ha attivato già da diversi anni con la collaborazione di eminenti Specialisti nel campo della Gastroenterologia, della Ginecologia e della Chirurgia presso la Clinica Santa Rita di Atripalda, all’epoca di proprietà del Gruppo Taccone, uno studio pilota che ha coinvolto oltre 50 famiglie di pazienti selezionati, con la presenza di neoplasie varie, fra cui le patologie prima descritte, i cui risultati sono stati oggetto di varie comunicazioni in Congressi Internazionali. Tale studio ha utilizzato per il calcolo delle frequenze e delle probabilità i seguenti parametri :

  • frequenze per i pazienti, variabili demografiche, cliniche, e la storia delle famiglie;
  • i tassi di mutazioni patologiche e varianti di significato incerto;
  • la frequenza di mutazioni non ancora identificate quali associate alle neoplasie studiate ma che possono essere inserite nella classificazione internazionale quali Marker genetici sospetti.

Infatti, negli Stati Uniti, le ricerche delle mutazioni genetiche sono state allargate non solo allo studio delle mutazioni già riconosciute, descritte ed associate alle neoplasie, ma anche a quelle mutazioni definite al momento no-sense, ma che potrebbero costituire una spia di allarme se riscontrate in una casistica sufficientemente alta. A tal fine i familiari di pazienti con patologie neoplastiche rientranti nella categorie di tumori a predisposizione genetica venivano intervistati in presenza dello specialista del ramo e della genetista di Futura, allo scopo di chiarire la finalità della intervista e la spiegazione della somministrazione del test genetico con il relativo consenso informato alla esecuzione dello stesso. L’anamnesi fatta al familiare in oggetto consentiva di avere tutte le informazioni sulla famiglia con rapporto di parentela di primo e di secondo grado in maniera da poter successivamente riscostruire un albero genealogico associato alla probabilità statistica di sviluppare nel tempo un tumore fra quelli studiati ed oggetto della familiarità. Veniva chiaramente indicato che la presenza di eventuali mutazioni non era necessariamente un aspetto prognostico sfavorevole, ma che tali mutazioni costituivano un bagaglio informativo necessario per poter stabilire nel tempo le frequenze dei controlli precedentemente indicati e le necessarie variazioni del tenore di vita evitando i potenziali cofattori che possono scatenare l’insorgere della malattia neoplastica”. 

Parliamo del consenso informato…

“Durante l’intervista veniva sottoscritto un modello prestampato ed all’uopo predisposto dagli specialisti con tutte le indicazioni necessarie da inserire successivamente nel prospetto risultante per la compilazione della statistica e dell’albero genealogico familiare. Nel modello del CONSENSO INFORMATO l’intervistato viene informato sulla motivazione e sulla richiesta di esami genetici in quanto alcune alterazioni del patrimonio genetico possono predisporre allo sviluppo di neoplasie. Tutti i risultati ottenuti dalle analisi genetiche sono da considerarsi strettamente confidenziali e sottoposti al vincolo del segreto professionale. Viene informato sul fatto che la malattia da cui è affetto o da cui sono affetti i familiari può aver origine da modificazioni e/o mutazioni del corredo genetico, per cui acconsente al prelievo per la esecuzione di esami genetici potenzialmente collegati alla malattia. A tale scopo acconsente che il campione, se prelevato in Clinica, venga conservato presso il C.P. Futura Diagnostica e che verrà utilizzato con la massima riservatezza nello stesso Centro, che provvederà anche alla archiviazione dei risultati dandone comunicazione esclusivamente al Medico Dirigente che firma il consenso o allo specialista prescrittore. L’intervistato, o il paziente affetto, acconsentono che le informazioni relative ai risultati possono essere utilizzate per la verifica dei tests anche su pazienti della stessa famiglia onde individuare preventivamente la predisposizione genetica alla stessa malattia.

Tale Consenso articolato viene datato e siglato contemporaneamente dalla persona che dà il consenso, dal Medico specialista che ha accolto il consenso e dallo Specialista in Genetica Medica che ha raccolto il consenso. Unitamente al Consenso Informato vengono catalogate anche tutte le informazioni anamnestiche e cliniche di indagini già eseguite di carattere diagnostico in senso lato – analisi, RX, tac, risonanza ed altro”.

Come avviene l’esame?

“Purtroppo risulterà un po’ difficile spiegare a chi non fa questo tipo di attività la metodologia, ma proverò ad essere quanto più semplice possibile. Il genoma umano è la sequenza completa di nucleotidi che compone il patrimonio genetico dell’Homo sapiens, comprendente il DNA nucleare e il DNA mitocondriale. Ha un corredo approssimativamente di 3,2 miliardi di paia di basi di DNA contenenti all’incirca 200.000 geni. Lo schema del dosaggio può essere sintetizzato in due blocchi: il primo afferente alla Biologia e l’altro alla Bio-Informatica. Nel primo, il genoma viene sequenziato assegnando i nucleotidi che compongono i frammenti la lettera iniziale del corrispondente Acido Nucleico (Adenina, Guanina, Citosina e Timina), ottenendo così una stringa di caratteri alfabetici.  Questa tecnica si basa infatti sull’utilizzo di una serie di enzimi che producono luce in presenza di ATP quando un nucleotide viene incorporato nel filamento (ad opera della DNA polimerasi). Nel secondo, queste sequenze vengono analizzate in modo da unirle, dove possibile, scartale o correggerle in caso di errori, e quindi fornire al software, creato apposta dai nostri Biologi ed Informatici in un Progetto di Ricerca multi fattoriale iniziato nel 2015 e completato nel 2019, risultati validi, con la minor quantità di informazioni superflue. Il campione in esame viene prima trattato in maniera da estrarre il DNA. Questo viene amplificato mediante una tecnica definita PCR (Polymerase Chain Reaction) che consente la moltiplicazione e quindi l’amplificazione di frammenti di acidi nucleici dei quali si conoscono le sequenze nucleotidiche iniziali e finali. Si ottiene così un filamento amplificato che deve essere separato ed analizzato. Durante l’amplificazione vengono utilizzati enzimi di terminazione che producono luce di differente colore che possono alla fine essere rivelati con la strumentazione automatizzata e tarata per tali letture. Viene generata quindi una lista di migliaia di differenze fra il genoma in corso di studio ed uno di riferimento. Le variazioni riscontrate vengono analizzate dal software e consentono di determinare variazioni significative rispetto al normale e di evidenziare mutazioni patologiche”. 

Parliamo dei tipi di tumori per i quali è nota la familiarità…

Il Ruolo del Test genetico. Il legame che esiste fra alcune specifiche mutazioni genetiche e alcune tipologie di cancro è un’area in cui si stanno concentrando sempre di più gli sforzi dei ricercatori.
L’eventuale presenza della mutazione nel patrimonio genetico del paziente fa aumentare in modo significativo la probabilità di sviluppare alcune tipologie di tumore. Identificare tempestivamente l’esistenza di queste mutazioni è un passo molto importante per la prevenzione e la diagnosi precoce di questi tipi di tumore ed eventualmente per il trattamento del paziente stesso. Il Test genetico viene proposto per alcune neoplasie frequenti nella popolazione e che possono essere preventivamente tamponate da regime di vita moderato, da controlli ripetuti nel tempo ad intervalli più vicini, da altri fattori scatenanti la Oncogenesi, quali Fumo, Stress, Esposizione ad inquinanti, ecc. Esempio classico per il Tumore della MAMMELLA, in cui vengono esaminati i geni coinvolti: BRCA1 – BRCA2. 
Altro Tumore abbastanza diffuso è la cosiddetta Sindrome di Lynch, nota anche come Hereditary Non-Polyposis Colorectal Cancer (HNPCC), che rappresenta una sindrome di predisposizione genetica che aumenta il rischio di sviluppare un cancro del colon-retto nel corso della vita. Oltre a questo tumore, le persone affette sono geneticamente predisposte a sviluppare anche tumori ad altri organi, come endometrio, intestino tenue, tessuto uroteliale (pelvi renale e uretere), stomaco, ovaio, pancreas e vie biliari, cervello, ghiandole sebacee. I Geni coinvolti: MLH1 – MSH2 – MSH6 – EPCAM – PMSLa Poliposi Adenomatosa Familiare (FAP) è una malattia rara a trasmissione genetica dominante caratterizzata dalla comparsa, di solito in età giovanile, di centinaia o migliaia di adenomi distribuiti nei vari segmenti dell’intestino. Se i polipi sono meno di 100 (da 10-20 a 99) si parla di Poliposi Familiare Attenuata (AFAP). Se non trattata, la FAP progredisce quasi invariabilmente verso lo sviluppo di uno o più carcinomi colorettali, di solito nella terza o quarta decade di vita; la comparsa di lesioni maligne può essere prevenuta attraverso un’attenta sorveglianza endoscopica ed un tempestivo intervento chirurgico. Geni coinvolti: APC-MUTYHIl Melanoma è una neoplasia dei melanociti, che insorge “de novo” o da un nevo benigno preesistente. Il melanoma familiare rappresenta circa il 10-12% dei casi totali ed è generalmente definito in base alla presenza di : 1) due o più individui affetti distribuiti in due o tre generazioni di uno stesso ramo; 2) presenza di melanoma multiplo; 3) esordio precoce; 4) presenza nella famiglia di altre neoplasie correlate (tumore del pancreas, tumore della mammella). La predisposizione genetica si eredita secondo modalità autosomica dominante. Geni coinvolti: CDKN2A – CDK4Le indagini Genetiche vengono eseguite mediante una tecnica di  Sequenziamento del DNA  che consente di determinare geni multipli simultaneamente (‘test pannello a base’) rispetto alla sperimentazione sequenziale per una malattia ereditaria alla volta (‘test sindrome basata’). Questo studio, attivato già da diversi anni con la collaborazione di eminenti Specialisti nel campo della Gastroenterologia, della Ginecologia e della Chirurgia presso la Clinica Santa Rita di Atripalda, all’epoca di proprietà del Gruppo Taccone, ha coinvolto oltre 50 famiglie di pazienti selezionati, con la presenza di neoplasie varie, fra cui le patologie prima descritte, i cui risultati sono stati oggetto di varie comunicazioni in Congressi Internazionali.Tale studio ha utilizzato per il calcolo delle frequenze e delle probabilità i seguenti parametri :

  • frequenze per i pazienti variabili demografiche, cliniche, e la storia di famiglia;
  • i tassi di mutazioni patogene e varianti di significato incerto;
  • la frequenza di mutazioni non ancora identificate quali associate alle neoplasie indicate ma che possono essere inserite nella classificazione internazionale quali Marker genetici.

Infatti, negli Stati Uniti, le ricerche delle mutazioni genetiche sono state allargate non solo allo studio delle mutazioni già riconosciute, descritte ed associate alle neoplasie, ma anche a quelle mutazioni definite al momento no-sense, ma che potrebbero costituire una spia di allarme se riscontrate in una casistica sufficientemente alta”.

Concludiamo con il costo del test genetico sui tumori.

“La complessità dell’indagine presuppone ovviamente che il costo sia abbastanza alto e non eseguibile facilmente per tutte le persone interessate. Fortunatamente esiste la possibilità di eseguire tale esame mediante la prescrizione del Genetista Medico e del Medico di Medicina Generale utilizzando codici previsti nel Nomenclatore Tariffario Nazionale, ma limitatamente alla ricerca di specifiche mutazioni riscontrate nelle neoplasie di cui abbiamo discusso in precedenza. Negli Stati Uniti, e mi riferisco a loro in quanto abbiamo diretta conoscenza di quanto affermato, il costo dell’esame è di circa 3.000 dollari, ma presso la nostra struttura, se l’utente volesse fare l’esame in maniera privatistica, il costo è significativamente diverso in quanto ammonta a circa 800 euro”.

Fonte: irpiniatimes.it

Salute & Benessere, osteoporosi e vitamina D: prevenzione e diagnosi

Intervistata alla dott.ssa Carmela Palatucci, direttrice del Centro Polispecialistico “Futura Diagnostica” di Avellino con la quale abbiamo affrontato il tema “Osteoporosi e Vitamina D”.

Osteoporosi e Vitamina D: spieghiamo perchè sono strettamente collegate.

“L’osteoporosi è una malattia metabolica del sistema scheletrico, più frequente nelle donne e nelle persone anziane, caratterizzata dalla riduzione della massa e della densità dell’osso, senza che si riconoscano alterazioni qualitative e dei vari elementi dell’osso o anormalità nella sua composizione chimica e nella sua struttura. L’incidenza di questa patologia nei paesi occidentali cresce anno dopo anno, sembra a causa del progressivo aumento dell’età media della popolazione. Recenti tecniche isotopiche e metodi radiografici e istologici hanno dimostrato che nell’osteoporosi l’apposizione dell’osso è per lo più normale, mentre il riassorbimento osseo appare accelerato. L’allargamento degli spazi vascolari e midollari dell’osso, la riduzione numerica delle travate ossee conduce a un indebolimento dello scheletro con possibile insorgenza di fratture patologiche. Si conoscono due forme di osteoporosi: la primitiva che comprende l’osteoporosi post-menopausale, la cui causa principale è un deficit estrogenico dovuto alla menopausa, con aumento di perdita ossea dovuta all’età e in un’inibizione della formazione ossea contribuendo all’insorgenza di fratture da fragilità a carico soprattutto delle vertebre e del radio distale. L’osteoporosi viene anche definita “ malattia silente”, perché evolve senza dare sintomi, finché non provoca una frattura o un collasso di una vertebra, quindi più che malattia può essere considerata causa di malattia (frattura). Le fratture da fragilità possono coinvolgere la maggior parte dei segmenti scheletrici, ma più frequentemente a essere colpito è il corpo vertebrale, l’estremo prossimale del femore e dell’omero e l’estremo distale del radio.  La forma secondaria è invece causata da numerose patologie e assunzione di particolari farmaci. Esiste inoltre anche un’osteoporosi giovanile, che si manifesta nella fase infantile o adolescenziale, dovuta a mutazioni genetiche che causano alterazioni qualitative e quantitative della componente connettivale dell’osso. L’osteoporosi è una malattia cronica, che dipende da molti fattori. Normalmente i processi di formazione e riassorbimento del tessuto osseo sono strettamente correlati. Cellule specializzate, chiamati osteoclasti e osteoblasti, lavorano incessantemente per controllare e mantenere il giusto livello di mineralizzazione ossea. Gli osteoclasti riassorbono l’osso, demolendo piccole aree di tessuto vecchio e danneggiato; gli osteoblasti, invece ricostruiscono le nuove parti strutturali dell’osso e sono responsabili della mineralizzazione ossea. Tale processo di rinnovamento, chiamato “rimodellamento”, è regolato dal paratormone (PTH), dalla calcitonina, dagli estrogeni, dalla vitamina D, da varie citochine e da altri fattori locali come le prostaglandine. La vitamina D ha un ruolo primario nel mantenere in salute le nostre ossa e i denti, poiché favorisce l’assorbimento di calcio attraverso l’intestino e aiuta a fissarlo nei tessuti rinforzando lo scheletro”.

Effetti e rischi della carenza di Vitamina D

“La vitamina D, nota anche come vitamina del sole, è un composto organico liposolubile, simile per struttura chimica agli ormoni steroidei, accumulata nel fegato e non è necessario assumerla con regolarità attraverso i cibi, poiché il corpo la rilascia a piccole dosi quando il suo utilizzo diventa necessario. La vitamina D si presenta sotto due varianti: l’ergocalciferolo (Vitamina D2) presente prevalentemente nei vegetali (frutta,verdura e funghi) e il colecalciferolo (Vitamina D3), sintetizzato dalla pelle a partire dal precursore 7-deidrocolesterolo in seguito all’esposizione ai raggi solari. Per produrre la quantità di vitamina D3 necessaria per un efficiente funzionamento dell’organismo, sono sufficienti 15 minuti al giorno di esposizione al sole, senza aver applicato creme contenenti filtri di protezione dai raggi ultravioletti. La vitamina D è indispensabile per supportare un efficiente assorbimento intestinale dei due minerali fondamentali per la formazione delle ossa e dei denti, ossia il calcio e il fosforo. I livelli di calcio e fosforo nel sangue sono regolati, oltre che dalla vitamina D, anche da altri due ormoni:

  • il paratormone, che modula l’escrezione renale del fosfaro e promuove l’assorbimento di calcio, in condizioni di ipocalcemia;
  • la calcitonina, che stimola l’escrezione di calcio e fosfaro con le urine e il deposito di calcio nelle ossa, in presenza di ipercalcemia. 

Rispetto alle altre vitamine la vitamina D si caratterizza per un’azione più simile a quella degli ormoni e per la capacità di modulare l’espressione genica, oltre che per il coinvolgimento diretto o indiretto in una molteplicità di processi di regolazione metabolica e funzionale, a livello di innumerevoli organi e apparati. Numerosi studi hanno dimostrato che la vitamina D è essenziale per una corretta mineralizzazione delle ossa e dei denti durante l’accrescimento e per mantenere un’adeguata massa ossea e l’integrità dello smalto nel corso della vita adulta. La vitamina D contribuisce, inoltre, a mantenere normali livelli di calcio nel sangue, attraverso una regolazione della liberazione e del deposito di questo minerale nelle ossa, che ne rappresenta la principale forma di immagazzinamento nell’organismo; impedisce al calcio di depositarsi in altri tessuti del corpo, come i reni, le arterie o le cartilaginee ossee, dove potrebbe determinare disfunzioni e patologie severe ( arteriosclerosi, calcificazioni tessutali ecc.). Il calcio, inoltre, è in neurotrasmettitore fondamentale per assicurare una corretta contrazione del cuore e degli altri muscoli dell’organismo. La vitamina D ha anche funzioni extra-scheletriche, inclusa quella immuno modulante e anti proliferativa, ha anche un possibile  ruolo nelle malattie infiammatorie croniche e neoplastiche, nel diabete, nelle malattie cardiovascolari ed autoimmuni ed in ambito dermatologico, dove in deficit di vitamina D è associato a psoriasi, vitiligine, dermatite atopica, melanoma e tumori epiteliali della cute”.

Quali sono i sintomi che portano a sottoporsi a questo tipo di accertamento?

“La carenza di vitamina D è una condizione alquanto subdola, perché tende a palesarsi, con una certa sintomatologia, solo nel momento in cui i livelli sono davvero molto bassi. In un paziente, quindi, la carenza di vitamina D sintomatica può causare:

  • Dolore alle ossa;
  • Dolore alle articolazioni;
  • Debolezza muscolare;
  • Disturbi da fascinazione muscolare;
  • Ossa fragili, che tendono a deformarsi, nei soggetti di giovane età, o a rompersi facilmente, nei soggetti adulti: 
  • Difficoltà a concentrarsi;
  • Stanchezza ricorrente.

La carenza di vitamina D può avere cause diverse; infatti può dipendere sia da un insufficiente apporto alimentare, sia da un’inadeguata esposizione solare ( ridotta attività fisica all’aria aperta, pelle scura, vivere in zone molto distanti dall’equatore,eccessivo uso di creme solari), alterato assorbimento intestinale, malattie epatiche o renali che compromettono la conversione della vitamina D biologicamente inattiva alla forma biologicamente attiva, dalla terapia con farmaci che interferiscono il normale metabolismo della vitamina D (es. anticonvulsivanti, glucocorticoidi, antifungini, antivirali ecc.). Ad aumentare il rischio di carenza di vitamina D contribuiscono diversi fattori, tra cui: fumo di sigaretta, età avanzata, obesità, alcolismo, osteoporosi, allattamento al seno per lunghi periodi, presenza del Morbo di Crohn o celiachia, presenza di bypass gastrico”.

Come si può prevenire la carenza di vitamina D?

“Una corretta prevenzione della carenza di vitamina D è così riassumibile:

  • Esposizione al sole, senza creme solari, almeno 15 minuti al giorno
  • Dieta con adeguata quantità di alimenti ad alto contenuto di vitamina D (olio fegato merluzzo, oli di pesce, pesci come salmone, trota, aringa sgombro, tonno, pesce spada ecc.), tuorlo d’uovo, latte , burro, funghi (porcino e spugnolo).
  • Uso di integratori di vitamina D
  • Ricorso ad alimenti fortificati in vitamina D”.

Come si esegue l’esame?

“Per conoscere i livelli di vitamina D presenti in un paziente, il medico prescrive la richiesta della misura della concentrazione sierica del 25-idrossicalciferolo o 25-OH-D. Il paziente si deve sottoporre ad  un semplice prelievo di sangue venoso per poter eseguire l’esame, quindi il 25-OH-D è la forma con cui la vitamina D di origine solare o alimentare circola nel nostro  sangue. Per esprimere la concentrazione del 25-OH-D esistono due unità di misura: nanomole per litro, scritta piu’ comunemente nmol/l, e il nanogrammo per millilitro, identificato solitamente con ng/ml. E’ necessario osservare un digiuno di almeno 8 ore prima di eseguire il prelievo, è ammessa l’assunzione di una modica qauntità di acqua.

Valori di riferimento :

Carente     : < 20  ng/ml

Insufficiente : 20 – 30 ng/ml

Normale     : 30 -100 ng/ml

Tossico        : > 100 mg/ml”

Il costo dell’esame?

“La prescrizione del dosaggio della vitamina D e’ a carico del SSN con Codice Reg. 90.445.001 per i pazienti aventi diritto. Per gli altri il costo è di 15 Euro”.

Fonte: irpiniatimes.it

Test di paternità, dott. Peluso: “Esame accurato ed attendibile”

Abbiamo approfondito l’argomento con il dott, Pasquale Peluso, responsabile del Settore Biologia Molecolare del Centro Polispecialistico “Futura Diagnostica” di Avellino.

Test di paternità: che cos’è e a cosa serve? 

“Ogni individuo presenta nel proprio DNA uno specifico codice che definisce la sua impronta genetica. Infatti, ad eccezione di gemelli monozigoti, che risultano perfettamente uguali, il profilo genetico di ogni individuo è praticamente unico, come le impronte digitali; esso si basa sul principio che ogni individuo eredita il proprio patrimonio genetico dai genitori, in misura del 50% ciascuno. Pertanto, il presunto padre, dovrà possedere la metà del profilo genetico del figlio per essere considerato padre biologico”.

Come si effettua il test di paternità?

“La prima fase consiste nell’estrazione del DNA da campioni biologici (prelievo da sangue periferico, tampone buccale, ecc) e nella successiva analisi degli alleli materni e paterni al fine di determinare i profili genetici degli individui da confrontare. La determinazione del profilo genetico di un individuo comporta la genotipizzazione di almeno 15 regioni del DNA (loci) variabili da individuo ad individuo ed indicate come regioni Microsatelliti o STR. Successivamente, sfruttando le tecniche e i protocolli della biologia molecolare, viene effettuata una PCR (amplificazione genica) mediante l’impiego di un sequenziatore automatico a tecnologia fluorescente. Dall’esame di queste 15 regioni di DNA, si ottiene il profilo genetico che viene successivamente confrontato con attribuzione o meno della paternità”.

Quanto è affidabile questo test?

“Il test di paternità basato sull’analisi del DNA è attualmente la metodologia più accurata possibile. L’esame di almeno 15 regioni microsatelliti del DNA, generalmente consente di raggiungere una probabilità di paternità superiore al 99,99%. Questo valore probabilistico, derivante da un’analisi statistica, non potrà mai raggiungere il valore del 100% matematico; d’altronde, la giurisprudenza italiana prevede che la paternità è da considerarsi come ‘praticamente certa’ quando la probabilità di paternità supera il valore del 99,72%”.

Stando alle statistiche, il test di paternità è richiesto sempre più di frequente…

“Sfruttando la facilità dei prelievi biologici (tampone buccale), la loro varietà e la assoluta affidabilità del test, esso oggi viene utilizzato per molte altre tipologie di esami:

  • per determinare la maternità biologica nel caso in cui si voglia verificare la maternità biologica, con disponibilità di figlio e madre presunta;
  • per determinare la paternità biologica con la disponibilità di solo figlio e padre presunto;
  • per definire, in caso di fecondazione assistita, se sono stati utilizzati i corretti donatori di cellule germinali femminili;
  • per determinare la consanguineità, nel caso in cui si voglia l’identificazione di relazioni familiari; infatti il test è in grado di indicare con sicurezza se due persone sono correlate biologicamente e pertanto può essere utile nella determinazione di alberi genealogici;
  • per stabilire se due o più gemelli sono identici (monozigoti) oppure no (dizigoti).

I test di paternità possono essere effettuati anche in fase prenatale. Ce lo conferma?

“L’analisi del DNA per il test di paternità può essere effettuato anche prima della nascita del bambino. In questo caso, si possono utilizzare due distinte procedure di prelievo:

  • prelievo di villi coriali (PCV o villocentesi): esso si effettua normalmente intorno alla 10-13 settimana di gestazione e comporta il prelievo di cellule placentari. Contestualmente viene effettuato un prelievo di sangue/tampone buccale della madre e del padre presunto;
  • prelievo di cellule amniotiche (PCA o amniocentesi): esso si effettua generalmente dalla 15esima alla 24esima settimana di gestazione e prevede per il prelievo di cellule fetali dal liquido amniotico nonchè il sangue/tampone buccale della madre e del presunto padre.

Cosa può dirmi riguardo l’aspetto legale del test di paternità? 

“E’ da sottolineare che il test di paternità può o meno avere valenza legale. Il test con valenza legale prevede l’identificazione dei soggetti che vi si sottopongono nonchè l’acquisizione delle necessarie autorizzazioni che, nel caso di minorenni, deve essere rilasciata dagli esercenti la potestà genitoriale. Tale test potrà essere utilizzato per fini processuali ed azioni di riconoscimento/disconoscimento di paternità; il test informativo, a parità del risultato, fornirà delle informazioni circa la compatibilità/incompatibilità genetica tra i campioni biologici in esame. Il risultato prodotto avrà solo valore informativo e non potrà avere valenza giuridica non essendo stata accertata l’identità dei soggetti nè acquisite le necessarie autorizzazioni”.

Dottore, parliamo di tempistiche… quanti giorni bisogna aspettare per conoscere l’esito del test?

“Normalmente i risultati vengono elaborati in 7/10 giorni lavorativi dalla data di disponibilità dei prelievi”.

Concludiamo con il prezzo…

“Alla presenza della madre, del padre e del figlio, il prezzo dell’esame, presso il nostro centro, è di 1.350,00 euro”.

Fonte: irpiniatimes.it