Salute & Benessere, osteoporosi e vitamina D: prevenzione e diagnosi

Intervistata alla dott.ssa Carmela Palatucci, direttrice del Centro Polispecialistico “Futura Diagnostica” di Avellino con la quale abbiamo affrontato il tema “Osteoporosi e Vitamina D”.

Osteoporosi e Vitamina D: spieghiamo perchè sono strettamente collegate.

“L’osteoporosi è una malattia metabolica del sistema scheletrico, più frequente nelle donne e nelle persone anziane, caratterizzata dalla riduzione della massa e della densità dell’osso, senza che si riconoscano alterazioni qualitative e dei vari elementi dell’osso o anormalità nella sua composizione chimica e nella sua struttura. L’incidenza di questa patologia nei paesi occidentali cresce anno dopo anno, sembra a causa del progressivo aumento dell’età media della popolazione. Recenti tecniche isotopiche e metodi radiografici e istologici hanno dimostrato che nell’osteoporosi l’apposizione dell’osso è per lo più normale, mentre il riassorbimento osseo appare accelerato. L’allargamento degli spazi vascolari e midollari dell’osso, la riduzione numerica delle travate ossee conduce a un indebolimento dello scheletro con possibile insorgenza di fratture patologiche. Si conoscono due forme di osteoporosi: la primitiva che comprende l’osteoporosi post-menopausale, la cui causa principale è un deficit estrogenico dovuto alla menopausa, con aumento di perdita ossea dovuta all’età e in un’inibizione della formazione ossea contribuendo all’insorgenza di fratture da fragilità a carico soprattutto delle vertebre e del radio distale. L’osteoporosi viene anche definita “ malattia silente”, perché evolve senza dare sintomi, finché non provoca una frattura o un collasso di una vertebra, quindi più che malattia può essere considerata causa di malattia (frattura). Le fratture da fragilità possono coinvolgere la maggior parte dei segmenti scheletrici, ma più frequentemente a essere colpito è il corpo vertebrale, l’estremo prossimale del femore e dell’omero e l’estremo distale del radio.  La forma secondaria è invece causata da numerose patologie e assunzione di particolari farmaci. Esiste inoltre anche un’osteoporosi giovanile, che si manifesta nella fase infantile o adolescenziale, dovuta a mutazioni genetiche che causano alterazioni qualitative e quantitative della componente connettivale dell’osso. L’osteoporosi è una malattia cronica, che dipende da molti fattori. Normalmente i processi di formazione e riassorbimento del tessuto osseo sono strettamente correlati. Cellule specializzate, chiamati osteoclasti e osteoblasti, lavorano incessantemente per controllare e mantenere il giusto livello di mineralizzazione ossea. Gli osteoclasti riassorbono l’osso, demolendo piccole aree di tessuto vecchio e danneggiato; gli osteoblasti, invece ricostruiscono le nuove parti strutturali dell’osso e sono responsabili della mineralizzazione ossea. Tale processo di rinnovamento, chiamato “rimodellamento”, è regolato dal paratormone (PTH), dalla calcitonina, dagli estrogeni, dalla vitamina D, da varie citochine e da altri fattori locali come le prostaglandine. La vitamina D ha un ruolo primario nel mantenere in salute le nostre ossa e i denti, poiché favorisce l’assorbimento di calcio attraverso l’intestino e aiuta a fissarlo nei tessuti rinforzando lo scheletro”.

Effetti e rischi della carenza di Vitamina D

“La vitamina D, nota anche come vitamina del sole, è un composto organico liposolubile, simile per struttura chimica agli ormoni steroidei, accumulata nel fegato e non è necessario assumerla con regolarità attraverso i cibi, poiché il corpo la rilascia a piccole dosi quando il suo utilizzo diventa necessario. La vitamina D si presenta sotto due varianti: l’ergocalciferolo (Vitamina D2) presente prevalentemente nei vegetali (frutta,verdura e funghi) e il colecalciferolo (Vitamina D3), sintetizzato dalla pelle a partire dal precursore 7-deidrocolesterolo in seguito all’esposizione ai raggi solari. Per produrre la quantità di vitamina D3 necessaria per un efficiente funzionamento dell’organismo, sono sufficienti 15 minuti al giorno di esposizione al sole, senza aver applicato creme contenenti filtri di protezione dai raggi ultravioletti. La vitamina D è indispensabile per supportare un efficiente assorbimento intestinale dei due minerali fondamentali per la formazione delle ossa e dei denti, ossia il calcio e il fosforo. I livelli di calcio e fosforo nel sangue sono regolati, oltre che dalla vitamina D, anche da altri due ormoni:

  • il paratormone, che modula l’escrezione renale del fosfaro e promuove l’assorbimento di calcio, in condizioni di ipocalcemia;
  • la calcitonina, che stimola l’escrezione di calcio e fosfaro con le urine e il deposito di calcio nelle ossa, in presenza di ipercalcemia. 

Rispetto alle altre vitamine la vitamina D si caratterizza per un’azione più simile a quella degli ormoni e per la capacità di modulare l’espressione genica, oltre che per il coinvolgimento diretto o indiretto in una molteplicità di processi di regolazione metabolica e funzionale, a livello di innumerevoli organi e apparati. Numerosi studi hanno dimostrato che la vitamina D è essenziale per una corretta mineralizzazione delle ossa e dei denti durante l’accrescimento e per mantenere un’adeguata massa ossea e l’integrità dello smalto nel corso della vita adulta. La vitamina D contribuisce, inoltre, a mantenere normali livelli di calcio nel sangue, attraverso una regolazione della liberazione e del deposito di questo minerale nelle ossa, che ne rappresenta la principale forma di immagazzinamento nell’organismo; impedisce al calcio di depositarsi in altri tessuti del corpo, come i reni, le arterie o le cartilaginee ossee, dove potrebbe determinare disfunzioni e patologie severe ( arteriosclerosi, calcificazioni tessutali ecc.). Il calcio, inoltre, è in neurotrasmettitore fondamentale per assicurare una corretta contrazione del cuore e degli altri muscoli dell’organismo. La vitamina D ha anche funzioni extra-scheletriche, inclusa quella immuno modulante e anti proliferativa, ha anche un possibile  ruolo nelle malattie infiammatorie croniche e neoplastiche, nel diabete, nelle malattie cardiovascolari ed autoimmuni ed in ambito dermatologico, dove in deficit di vitamina D è associato a psoriasi, vitiligine, dermatite atopica, melanoma e tumori epiteliali della cute”.

Quali sono i sintomi che portano a sottoporsi a questo tipo di accertamento?

“La carenza di vitamina D è una condizione alquanto subdola, perché tende a palesarsi, con una certa sintomatologia, solo nel momento in cui i livelli sono davvero molto bassi. In un paziente, quindi, la carenza di vitamina D sintomatica può causare:

  • Dolore alle ossa;
  • Dolore alle articolazioni;
  • Debolezza muscolare;
  • Disturbi da fascinazione muscolare;
  • Ossa fragili, che tendono a deformarsi, nei soggetti di giovane età, o a rompersi facilmente, nei soggetti adulti: 
  • Difficoltà a concentrarsi;
  • Stanchezza ricorrente.

La carenza di vitamina D può avere cause diverse; infatti può dipendere sia da un insufficiente apporto alimentare, sia da un’inadeguata esposizione solare ( ridotta attività fisica all’aria aperta, pelle scura, vivere in zone molto distanti dall’equatore,eccessivo uso di creme solari), alterato assorbimento intestinale, malattie epatiche o renali che compromettono la conversione della vitamina D biologicamente inattiva alla forma biologicamente attiva, dalla terapia con farmaci che interferiscono il normale metabolismo della vitamina D (es. anticonvulsivanti, glucocorticoidi, antifungini, antivirali ecc.). Ad aumentare il rischio di carenza di vitamina D contribuiscono diversi fattori, tra cui: fumo di sigaretta, età avanzata, obesità, alcolismo, osteoporosi, allattamento al seno per lunghi periodi, presenza del Morbo di Crohn o celiachia, presenza di bypass gastrico”.

Come si può prevenire la carenza di vitamina D?

“Una corretta prevenzione della carenza di vitamina D è così riassumibile:

  • Esposizione al sole, senza creme solari, almeno 15 minuti al giorno
  • Dieta con adeguata quantità di alimenti ad alto contenuto di vitamina D (olio fegato merluzzo, oli di pesce, pesci come salmone, trota, aringa sgombro, tonno, pesce spada ecc.), tuorlo d’uovo, latte , burro, funghi (porcino e spugnolo).
  • Uso di integratori di vitamina D
  • Ricorso ad alimenti fortificati in vitamina D”.

Come si esegue l’esame?

“Per conoscere i livelli di vitamina D presenti in un paziente, il medico prescrive la richiesta della misura della concentrazione sierica del 25-idrossicalciferolo o 25-OH-D. Il paziente si deve sottoporre ad  un semplice prelievo di sangue venoso per poter eseguire l’esame, quindi il 25-OH-D è la forma con cui la vitamina D di origine solare o alimentare circola nel nostro  sangue. Per esprimere la concentrazione del 25-OH-D esistono due unità di misura: nanomole per litro, scritta piu’ comunemente nmol/l, e il nanogrammo per millilitro, identificato solitamente con ng/ml. E’ necessario osservare un digiuno di almeno 8 ore prima di eseguire il prelievo, è ammessa l’assunzione di una modica qauntità di acqua.

Valori di riferimento :

Carente     : < 20  ng/ml

Insufficiente : 20 – 30 ng/ml

Normale     : 30 -100 ng/ml

Tossico        : > 100 mg/ml”

Il costo dell’esame?

“La prescrizione del dosaggio della vitamina D e’ a carico del SSN con Codice Reg. 90.445.001 per i pazienti aventi diritto. Per gli altri il costo è di 15 Euro”.

Fonte: irpiniatimes.it

Test di paternità, dott. Peluso: “Esame accurato ed attendibile”

Abbiamo approfondito l’argomento con il dott, Pasquale Peluso, responsabile del Settore Biologia Molecolare del Centro Polispecialistico “Futura Diagnostica” di Avellino.

Test di paternità: che cos’è e a cosa serve? 

“Ogni individuo presenta nel proprio DNA uno specifico codice che definisce la sua impronta genetica. Infatti, ad eccezione di gemelli monozigoti, che risultano perfettamente uguali, il profilo genetico di ogni individuo è praticamente unico, come le impronte digitali; esso si basa sul principio che ogni individuo eredita il proprio patrimonio genetico dai genitori, in misura del 50% ciascuno. Pertanto, il presunto padre, dovrà possedere la metà del profilo genetico del figlio per essere considerato padre biologico”.

Come si effettua il test di paternità?

“La prima fase consiste nell’estrazione del DNA da campioni biologici (prelievo da sangue periferico, tampone buccale, ecc) e nella successiva analisi degli alleli materni e paterni al fine di determinare i profili genetici degli individui da confrontare. La determinazione del profilo genetico di un individuo comporta la genotipizzazione di almeno 15 regioni del DNA (loci) variabili da individuo ad individuo ed indicate come regioni Microsatelliti o STR. Successivamente, sfruttando le tecniche e i protocolli della biologia molecolare, viene effettuata una PCR (amplificazione genica) mediante l’impiego di un sequenziatore automatico a tecnologia fluorescente. Dall’esame di queste 15 regioni di DNA, si ottiene il profilo genetico che viene successivamente confrontato con attribuzione o meno della paternità”.

Quanto è affidabile questo test?

“Il test di paternità basato sull’analisi del DNA è attualmente la metodologia più accurata possibile. L’esame di almeno 15 regioni microsatelliti del DNA, generalmente consente di raggiungere una probabilità di paternità superiore al 99,99%. Questo valore probabilistico, derivante da un’analisi statistica, non potrà mai raggiungere il valore del 100% matematico; d’altronde, la giurisprudenza italiana prevede che la paternità è da considerarsi come ‘praticamente certa’ quando la probabilità di paternità supera il valore del 99,72%”.

Stando alle statistiche, il test di paternità è richiesto sempre più di frequente…

“Sfruttando la facilità dei prelievi biologici (tampone buccale), la loro varietà e la assoluta affidabilità del test, esso oggi viene utilizzato per molte altre tipologie di esami:

  • per determinare la maternità biologica nel caso in cui si voglia verificare la maternità biologica, con disponibilità di figlio e madre presunta;
  • per determinare la paternità biologica con la disponibilità di solo figlio e padre presunto;
  • per definire, in caso di fecondazione assistita, se sono stati utilizzati i corretti donatori di cellule germinali femminili;
  • per determinare la consanguineità, nel caso in cui si voglia l’identificazione di relazioni familiari; infatti il test è in grado di indicare con sicurezza se due persone sono correlate biologicamente e pertanto può essere utile nella determinazione di alberi genealogici;
  • per stabilire se due o più gemelli sono identici (monozigoti) oppure no (dizigoti).

I test di paternità possono essere effettuati anche in fase prenatale. Ce lo conferma?

“L’analisi del DNA per il test di paternità può essere effettuato anche prima della nascita del bambino. In questo caso, si possono utilizzare due distinte procedure di prelievo:

  • prelievo di villi coriali (PCV o villocentesi): esso si effettua normalmente intorno alla 10-13 settimana di gestazione e comporta il prelievo di cellule placentari. Contestualmente viene effettuato un prelievo di sangue/tampone buccale della madre e del padre presunto;
  • prelievo di cellule amniotiche (PCA o amniocentesi): esso si effettua generalmente dalla 15esima alla 24esima settimana di gestazione e prevede per il prelievo di cellule fetali dal liquido amniotico nonchè il sangue/tampone buccale della madre e del presunto padre.

Cosa può dirmi riguardo l’aspetto legale del test di paternità? 

“E’ da sottolineare che il test di paternità può o meno avere valenza legale. Il test con valenza legale prevede l’identificazione dei soggetti che vi si sottopongono nonchè l’acquisizione delle necessarie autorizzazioni che, nel caso di minorenni, deve essere rilasciata dagli esercenti la potestà genitoriale. Tale test potrà essere utilizzato per fini processuali ed azioni di riconoscimento/disconoscimento di paternità; il test informativo, a parità del risultato, fornirà delle informazioni circa la compatibilità/incompatibilità genetica tra i campioni biologici in esame. Il risultato prodotto avrà solo valore informativo e non potrà avere valenza giuridica non essendo stata accertata l’identità dei soggetti nè acquisite le necessarie autorizzazioni”.

Dottore, parliamo di tempistiche… quanti giorni bisogna aspettare per conoscere l’esito del test?

“Normalmente i risultati vengono elaborati in 7/10 giorni lavorativi dalla data di disponibilità dei prelievi”.

Concludiamo con il prezzo…

“Alla presenza della madre, del padre e del figlio, il prezzo dell’esame, presso il nostro centro, è di 1.350,00 euro”.

Fonte: irpiniatimes.it

Dott.ssa Policicchio: “Amniocentesi fondamentale per gravidanze a rischio anomalie cromosomiche”

la dott.ssa Margherita Policicchio, responsabile settore di citogenetica del centro Polispecialistico “Futura Diagnostica” di Avellino, ci ha parlato di “Amniocentesi”.

Dottoressa, cos’è l’amniocentesi, quando farla e quali sono i rischi?

“L’amniocentesi consiste nel prelievo per via transaddominale, sotto guida ecografica, di una piccola quantità di liquido amniotico dalla cavità uterina. In genere il prelievo di liquido amniotico, finalizzato alla diagnosi citogenetica prenatale, viene effettuato durante il II trimestre di gravidanza, intorno alla 17° settimana, quando la cavità amniotica ha raggiunto dimensioni tali da non costituire rischi per il feto. Tuttavia c’è da dire che, negli ultimi anni, la sempre maggiore richiesta di avere risposte precoci ha portato ad eseguire il prelievo anche prima, intorno alla 15°settimana. Riguardo ai rischi, sebbene l’amniocentesi sia una tecnica invasiva di diagnosi prenatale, bisogna dire che se praticata da personale esperto e ben attrezzato presenta un rischio abortivo molto basso, che dati di letteratura recenti stimano intorno allo 0,1%”.

Quali sono le indicazioni per eseguire l’amniocentesi?

“La diagnosi prenatale, mediante amniocentesi, si effettua nelle gravidanze che presentano un aumentato rischio di anomalie cromosomiche nel feto rispetto alla popolazione generale. Le indicazioni all’esame sono le seguenti: età materna >35 anni; precedente figlio affetto da una patologia cromosomica; genitore portatore di un riarrangiamento cromosomico strutturale bilanciato o di un cromosoma marker soprannumerario; genitore portatore di aneuploidie dei cromosomi sessuali compatibili con la fertilità o di un mosaicismo cellulare; anomalie fetali riscontrate ecograficamente; indagini biochimiche su siero materno indicative di un aumentato rischio di patologia cromosomica fetale. L’ amniocentesi va, inoltre, sempre eseguita per confermare l’esito positivo di un test di screening molecolare prenatale non invasivo quale la Nipt”.

Quali informazioni si possono avere dall’amniocentesi?

“La coltura delle cellule presenti nel liquido amniotico permette di analizzare il cariotipo fetale. In particolare consente la diagnosi di patologie dovute ad anomalie cromosomiche, siano esse numeriche (aneuploidie) che strutturali. Un esempio di aneuploidia può essere la trisomia 21, più comunemente conosciuta come sindrome di Down. Tra le anomalie strutturali che è possibile diagnosticare con l’amniocentesi ritroviamo: delezioni o duplicazioni abbastanza grandi, dell’ordine di circa 5Mb, che è il limite del potere di risoluzione della citogenetica classica; traslocazioni reciproche siano esse bilanciate che sbilanciate; inversioni cromosomiche; inoltre è possibile individuare la presenza di piccoli cromosomi marker e linee cellulari presenti a mosaico. Il limite dell’ amniocentesi è che non può evidenziare microdelezioni e microduplicazioni associate a patologie note quali ad esempio la Sindrome di Di George,  tanto per citare una delle più frequenti. Ancora con la sola amniocentesi non si possono identificare patologie genetiche dovute a mutazioni puntiformi quali, ad esempio, la fibrosi cistica o le talassemie. Per questo tipo di patologie la diagnosi è molecolare. Mi preme ricordare che nel nostro centro è possibile effettuare anche l’ Array-CGH (indagine di secondo livello) che diagnostica oltre 100 patologie genetiche da microdelezione e microduplicazione, che non possono essere identificate con il solo studio del cariotipo, e` tuttavia fondamentale sottolineare come solo attraverso l`indagine di citogenetica classica si possono diagnosticare riarrangiamenti strutturali bilanciati e mosaicismi cellulari a bassa percentuale”. 

Ci sono anche altri esami che si possono eseguire sul liquido amniotico?

“Sicuramente il liquido amniotico è un’ottima fonte di cellule staminali, multipotenti e capaci di differenziarsi in vari tessuti. Tali cellule possono essere prelevate e conservate nelle cosiddette banche di cellule staminali per un periodo di 20 anni. Sul liquido amniotico vengono anche eseguiti alcuni test biochimici come il dosaggio dell’alfafetoproteina (AFP) normalmente prodotta dal feto. Se l’AFP è presente in quantità superiori alla norma può essere indice di un’anomalia di sviluppo del tubo neurale(anencefalia, spina bifida, encefalocele, mielomeningocele), al contrario valori di AFP bassi possono riscontrarsi in feti con trisomia 21. Altre indagini sul liquido amniotico permettono di stabilire se il feto ha contratto alcune malattie infettive come il citomegalovirus, la toxoplasmosi o la rosolia”.

L’amniocentesi è dolorosa?

“Normalmente le pazienti che si sottopongono all’amniocentesi non provano dolore, ma solo un leggero fastidio, come quello che si percepisce con una normale puntura, anche perchè il calibro dell’ago è piuttosto sottile. L’esame dura, in genere, pochi minuti e non richiede anestesie, in ogni caso è opportuno rivolgersi ad uno specialista di comprovata esperienza. L’unica precauzione per la paziente è quella di non sollevare pesi e di non effettuare sforzi nei 2/3 giorni successivi all’amniocentesi”.

Dopo quanto tempo è possibile avere un risultato?

“In genere i tempi di risposta vanno dai 14 ai 21 giorni, questo perché le cellule fetali presenti nel liquido amniotico necessitano di una coltura a “lungo termine”. Ci sono casi in cui i tempi di refertazione possono allungarsi, come ad esempio con i prelievi ematici. Nel nostro centro cerchiamo sempre di essere rapidi, soprattutto per i casi più complessi che richiedono una consulenza genetica clinica. Sul liquido amniotico è possibile eseguire anche la QF-PCR (Quantitative Fluorescent PCR), un esame di biologia molecolare che consente alla paziente di avere un risultato rapido, entro 24-48 ore dal prelievo, relativo alle trisomie dei cromosomi 13, 18 e 21 ed alle aneuploidie dei cromosomi sessuali. Tuttavia anche la QF-PCR, per quanto utile a rassicurare rapidamente la paziente sulle principali trisomie analizzate e a svelare il sesso del nascituro non è in grado di identificare né riarrangiamenti strutturali né mosaicismi cellulari”.

Quanto costa fare un’amniocentesi presso il Centro Futura Diagnostica di Avellino? 

“Nel nostro centro l’amniocentesi ha un costo privato di 130euro. Il Servizio Sanitario Nazionale prevede l’amniocentesi anche con impegnativa medica: per le gravidanze normali occorre la prescrizione medica con un ticket da 56,15; per le gravidanze a rischio e per le donne con un’età superiore a 35 anni, il ticket è di euro 5,00“.

Fonte: irpiniatimes.it

SPECIALE DIABETE, dott.ssa Iandoli: “Importante combattere obesità e sedentarietà”

Oggi abbiamo affrontato il tema “Diabete” con la dottoressa Mariarosaria Iandoli del Centro Polispecialistico “Futura Diagnostica” di Avellino. Il diabete è una patologia in forte crescita. Non sono tra gli anziani. Approfondiamo l’argomento, nell’intervista che segue…

Dottoressa, spieghiamo cos’è il diabete mellito?

“Il diabete mellito è una malattia cronica caratterizzata da valori elevati di glucosio (zucchero) nel sangue. Il nome fu coniato dagli antichi greci per la presenza di “urine dolci”, quindi l’organismo non riesce ad utilizzare il glucosio, si accumula nel sangue e successivamente viene espulso con le urine. Ma perchè succede questo? Quali sono le cause del diabete? L’insulina è l’ormone (messaggero chimico, colui che mette in moto delle reazioni) che consente al nostro corpo di utilizzare il glucosio come fonte energetica per far lavorare le nostre cellule. Quando il pancreas produce poca insulina, oppure le cellule del nostro corpo non riconoscono la sua presenza, il livello del glucosio nel nostro sangue si alza determinando iperglicemia con valori fino a 126mg/dl e diabete mellito per valori superiori. A tale proposito è importante ricordare che i valori normali di glucosio nel sangue sono compresi tra 70 e 110mg/dl”.

C’è familiarità tra le cause del diabete?

“Prima di parlare di cause e familiarità del diabete è importante differenziare il diabete. Esiste, infatti, un diabete mellito di tipo 1, un diabete mellito di tipo 2 e un diabete gestazionale. Il diabete mellito di tipo 1 Ã¨ una forma di diabete che un tempo veniva definita giovanile, colpisce infatti bambini o adolescenti spesso dopo un episodio febbrile ed è una “malattia autoimmune “cioè ci sono nel pancreas, organo che come abbiamo detto produce insulina, le cellule beta a ciò deputate che però in questi pazienti vengono distrutte perche’ non riconosciute come proprie. Da qui il termine autoimmune. In ultima analisi in questi pazienti viene prodotta poco o niente insulina e per questo essi saranno costretti alla somministrazione di dosi di insulina a vita che consenta loro di utilizzare il glucosio come fonte energetica per le nostre cellule e impedirne eccessi nel sangue. Il diabete mellito di tipo1 e’ spesso associato a celiachia e tiroidite, presenta una predisposizione genetica ma non ereditaria. Il diabete mellito di tipo 2 Ã¨ una forma di diabete che colpisce persone adulte, spesso in età matura, ed è caratterizzata sia da una riduzione della produzione di insulina che da quella che viene definita insulinoresistenza cioè l’incapacità ’delle cellule del nostro organismo di riconosce l’insulina. Questa forma di diabete presenta una predisposizione ereditaria ed è spesso influenzata da fattori ambientali quali obesità, vita sedentaria, alimentazione scorretta e ipercolesteolemia per esempio. I pazienti affetti da questa forma di diabete possono, pur avendo una malattia cronica, contenere i sintomi anche con un corretto stile di vita. Nella cura potrà essere necessaria – a seconda dei casi – terapia insulinica o ipoglicemizzanti orali (compresse) in base alla gravita’della patologia. Infine, il diabete gestazionalecolpisce il 10% delle donne in gravidanza e si manifesta con aumento dei valori della glicemia limitatamente al periodo della gravidanza, tuttavia le donne con diabete gestazionale tendono più frequentemente a sviluppare diabete mellito di tipo 2 in età avanzata. E’ importante diagnosticare tale patologia perchè gli elevati valori ematici di glucosio potrebbero creare danni al feto oltre che alla madre. Questa forma di diabete si cura di solito con un corretto regime alimentare ed eventualmente, nei casi più gravi, con insulina”.

Quali sono i sintomi del diabete mellito?

“I sintomi del diabete mellito si accomunano in tutte le forme mostrandosi però in maniera più marcata e improvvisa nella forma giovanile, mentre nel diabete di tipo 2 sono spesso silenti per anni. Quali sono dunque i sintomi:

  • aumento della sete;
  • aumento dell’appetito;
  • aumento della minzione (aumentata quantità e frequenza di urine);
  • affaticamento e sonnolenza;
  • perdita di peso immotivata”.

Come avviene la diagnosi ?

“I sintomi di cui abbiamo parlato sopra sono i campanelli dall’allarme per fare diagnosi di diabete mellito. L’esame fondamentale per diagnosticare il diabete è un prelievo venoso:

  • glicemia che ci dice il valore dello zucchero nel sangue a digiuno e, come abbiamo già detto, i valori normali sono  compresi tra 70e 110mg/dl  mentre si parla di iperglicemia per valori fino a 126mg/dl e di diabete mellito quando si supera questa soglia;
  • emoglobina glicosilata (HbA1c) è un esame che ci indica la concentrazione media di glucosio nel sangue negli ultimi tre mesi, esame utile questo sia nell’esordio ma soprattutto nel monitoraggio del diabete.

Sono considerati normali valori fino a 5,5% HbA1c , si può parlare di prediabete con valori fino a 6,5% HbA1c e di diabete oltre tali valori. Ovviamente un soggetto diabetico che riesce a contenere la glicemia avrà valori inferiori o di poco superiori a 6,5% , diversamente si parla di diabete scompensato per valori superiori a 7%HbA1c.

  • curva da carico glicemica Ã¨ un esame che consente una più definita diagnosi del diabete in quanto va a considerare la tolleranza del soggetto alla somministrazione di glucosio per via orale.

L’esame consiste nell’effettuare un primo prelievo di sangue a digiuno e valutare il valore della glicemia per poi somministrare una dose variabile (50/75gr) di zucchero sciolto in acqua e quindi ripetere il prelievo a piu’ tempi (30-60-90-120minuti) valutando con la misurazione delle diverse glicemie come il paziente risponde al carico di glucosio. Diciamo che e’ importante dopo le due ore che i valori siano compresi tra 70 e 140mg/dl di glucosio, se tali valori raggiungono i 200mg/dl si parla di diabete conclamato. Questo test viene oggi sempre più spesso utilizzato come esame di screening per individuare il diabete gestazionale”. 

Anche per il diabete si parla di prevenzione? 

“Il diabete mellito è una malattia cronica, quindi dalla quale non si guarisce, e che nel tempo, se non compensata, può dare origine a numerose complicanze. Per tali ragioni è importante, laddove e possibile, fare prevenzione. A tale proposito dobbiamo nuovamente distinguere le due forme di diabete, infatti nel diabete mellito di tipo 1 più che prevenire la malattia possiamo cercare di prevenire le complicanze in quanto da malattia autoimmune ad oggi non conosciamo modi per prevenirla. Diversamente nel diabete mellito di tipo2 e in quello gestazionale che tra le cause hanno, oltre a predisposizione genetica fattori ambientali, possiamo parlare di prevenzione e di contenimento della malattia con una serie di regole di vita quali:

  • combattere l’obesità;
  • controllare il colesterolo;
  • osservare una diete bilanciata ricca di frutta e verdura e povera di grassi;
  • fare esercizio fisico;
  • effettuare controlli periodici;
  • monitorare i valori della glicemia con il glucometro.

Quali sono le complicanze del diabete mellito?

“Il diabete mellito, purtroppo, è una malattia che se curata male o non diagnosticata in tempo, può determinare una serie di complicanze a volte anche invalidanti per i pazienti quindi è importante fare diagnosi di diabete e monitorare con controlli periodici chi ne è affetto. Le complicanze del diabete si dividono in acute e croniche. Le complicanze acute interessano prevalentemente il diabete mellito di tipo 1 e sono caratterizzate dalla mancanza di insulina. Questo deficit consente al nostro organismo di utilizzare il glucosio come carburante per le nostre cellule, per cui per compensare il nostro organismo utilizza i lipidi ma questa operazione determina la formazione di corpi chetonici che vengono eliminati con le urine. Se questi sono troppi, e l’eliminazione urinaria non è sufficiente, si accumulano nel nostro organismo determinando cheto acidosi diabetica che può iniziare con vomito, nausea, dolori addominali fino al coma chetoacidosico. Complicanze croniche comuni invece alle due forme di diabete riguardano i reni, l’apparato cardiovascolare, gli occhi e il sistema nervoso. I reni ,perchè il rene col tempo può non riuscire più bene a filtrare le scorie metaboliche, ricordiamo a tale proposito che molti pazienti che arrivano alla dialisi vengono da una nefropatia diabetica. L’apparato cardiovascolare perchè i soggetti diabetici vanno più facilmente incontro ad accidenti vascolari (ictus , infarto del miocardio, vascolopatia cerebrale). Gli occhi, perchè è possibile andare incontro alla retinopatia diabetica che può portare a grave compromissione della capacità visiva. Il sistema nervoso, per la comparsa di neuropatia diabetica caratterizzata da formicolii alle estremità, riduzione della sensibilità fino alla comparsa di ulcerazioni al piede che danno origine a quello che viene definito “piede diabetico”. Il monitoraggio costante della malattia diabetica può ridurre tutte queste complicanze”. 

Quali sono gli esami utili per monitorare il diabete mellito?

“Per il monitoraggio del diabete ci sono, dunque, una serie di controlli che è possibile effettuare. Quelli più semplici da eseguire possono essere praticati in un laboratorio di analisi come la “Futura Diagnostica” e consistono in prelievi venosi ed esame delle urine con la valutazione della glicemia nel sangue e nell’urine, dell’emoglobina glicosilata, della curva da carico glicemica e della glicemia frazionata (costo 1,70). La valutazione della funzionalità renale con azotemia creatinina su sangue e microalbuminuria, proteinuria e clearance della creatinina sulle urine delle 24 ore; la valutazione dell’assetto lipidico nel sangue con colesterolo totale, hdl ,ldl, e trigliceridi. A tutto questo ovviamente indirizzerà lo specialista che indicherà anche altri controlli periodici quali elettrocardiogramma, elettromiografia, doppler alle carotidi e agli arti inferiori nonchè controllo del fondo oculare”.

Fonte: irpiniatimes