Salute & Benessere, prof. Taccone: “Test genetici sui tumori: i segreti nascosti del DNA”

Intervistata al consulente scientifico del Centro Polispecialistico “Futura Diagnostica” di Avellino, prof. Walter Taccone con il quale è stato affrontato il tema “Tumori: cause, rischi e predisposizione genetica”.

Tumori: cosa sono e come si identificano i test genetici.

“Le cause del Cancro. Tutti i tumori hanno origine dalle cellule. Queste, nei soggetti normali, si riproducono dividendosi in modo da sopperire alle varie necessità dell’organismo oppure per sostituire le cellule morte o quelle che, danneggiate, vanno incontro ad un processo di morte programmata, che viene definita Apoptosi. Nei tumori questo delicato equilibrio viene sconvolto in quanto le cellule continuano a riprodursi senza freni a causa di alterazioni dei geni che si trovano nel loro DNA. Tali alterazioni vengono definite MUTAZIONI che, accavallandosi l’un l’altra determinano le alterazioni dei meccanismi di controllo delle cellule umane. Alcune di queste mutazioni sono ereditarie per cui, in questi ultimi anni, si sono sviluppate molte tecniche di Biologia Molecolare che consentono di analizzare tali mutazioni in soggetti cosiddetti a rischio. Essere portatori di tali mutazioni di alcuni geni coinvolti in singoli tipi di tumore non dà la certezza di ammalarsi in quanto non si eredita il tumore, ma il rischio di svilupparlo. In presenza di una mutazione è importante seguire programmi di controlli regolari ed accurati così come informare i membri maggiorenni della famiglia che potrebbero essere, a loro volta, portatori della mutazione”. 

Quando sottoporsi ai test di predisposizione?

“Gli studi nazionali ed internazionali sull’utilizzo dei test genetici in oncologia prevedono che siano effettuati esclusivamente all’interno di un più ampio percorso di consulenza onco-genetica, nel quale l’individuo o i membri di una famiglia possano comprendere pienamente il significato di ciò che viene proposto, le determinanti ereditarie, le opzioni di gestione della situazione e scegliere autonomamente il percorso più appropriato. test genetici, infatti, promettono di rivelare alle persone tutti i segreti nascosti nel DNA e di quantificare il loro rischio di ammalarsi. Si tratta di strumenti frutto delle più avanzate ricerche sulle cause delle malattie (in primo luogo del cancro, delle malattie neurodegenerative e cardiovascolari) e come tali costituiscono l’ausilio diagnostico del futuro ma, a detta degli esperti, si sono diffusi in modo eccessivo e incontrollato per cui tali controlli dovrebbero invece essere affidati a strutture accreditate e sicure. Occorre però stare molto attenti all’utilizzo di queste tecniche ed alle loro interpretazioni in quanto dietro queste iniziative apparentemente innocue si possono nascondere pericolosi fraintendimenti. Infatti, lo studio di alcuni  geni che aumentano la predisposizione ad ammalarsi di determinate malattie, è utile solo in casi selezionati, in quanto è opportuno procedere solo se dopo un’accurata valutazione da parte di un genetista esperto vi sono indicazioni al test genetico”. Sotto il grande cappello dei ‘test genetici’ si nascondono in realtà esami con finalità diverse. Ve ne sono alcuni che cercano nel DNA del soggetto la presenza di alcuni geni che sono indice di malattia già in corso. Un esempio è quello del gene della fibrosi cistica, che viene ricercato nei bambini appena nati con familiarità e che presentano alcuni sintomi sospetti. Altri geni, come alcuni di quelli che provocano il cancro del colon familiare (gene della poliposi adenomatosa familiare), non indicano la malattia ma una probabilità di ammalarsi che, con l’avanzare dell’età, arriva quasi al 90%. Non una certezza, quindi, ma quasi. Sapere di essere portatori di queste mutazioni nel DNA è però importante perché le misure di prevenzione (ricorso frequente alla colonscopia e asportazione dei polipi e di altre lesioni precancerose) sono efficaci nella maggioranza dei casi. Se invece si vanno a cercare geni che indicano un rischio di ammalarsi di tumore più basso (come per esempio i geni BRCA1 e BRCA2 del cancro del seno o dell’ovaio – che indicano un rischio compreso tra il 50% e l’80%), saperlo è molto utile perché dà l’indicazione di aumentare la frequenza dei controlli, cominciare in giovane età, adottare stili di vita sani ma solo l’asportazione preventiva dell’organo (mammelle, ovaie o tiroide) potrebbe, spesso a caro prezzo, fornire una ragionevole sicurezza di evitare il cancro. I candidati ai test di suscettibilità provengono da famiglie in cui la patologia è comparsa con frequenza superiore alla media e in età molto precoce. Infatti la cosiddetta Sensibilità diagnostica di un test aumenta considerevolmente quando i soggetti studiati fanno parte di una popolazione non asintomatica – SCREENING – ma di una popolazione selezionata ed a rischio per le patologie studiate. Poiché non conosciamo tutte le possibili alterazioni genetiche in alcune malattie (tra le quali diverse forme di cancro) non avrebbe senso fare screening su persone senza sintomi o senza casi in famiglia. In questi casi, un risultato negativo significa solo che il rischio di quell’individuo è analogo a quello della media della popolazione, mentre un risultato positivo indica un rischio aumentato, anche se non sempre è facile quantificarlo. Gli esami genetici non sono assimilabili quindi agli altri tipi di test diagnostici perché oltre a fornire informazioni sul soggetto che vi si sottopone, ne danno anche su familiari e parenti. Se una donna scopre, per esempio, di essere portatrice del gene BRCA per il cancro del seno, deve avvertire le sorelle? Queste si troveranno quindi a fronteggiare una situazione per la quale non sono preparate. Anche perché non vi è nessuna certezza: vi sono coppie di gemelle, ambedue positive per il gene BRCA in cui il cancro si è manifestato in una sorella ma non nell’altra. Esiste quindi una probabilità di sviluppare una neoplasia, ma non esiste assolutamente la certezza. Si parla quindi di RISCHIO di sviluppare una neoplasia”. 

Cosa vuol dire ‘rischio’?

“Si parla di rischio percentuale in quanto non esiste una matematica certezza sulla prognosi a seguito dell’esame. Infatti esiste un problema di interpretazione del referto, specie se non è un genetista a presentarlo al paziente. Non tutti hanno dimestichezza con la statistica, e invece qualche nozione è fondamentale per comprendere la reale portata delle informazioni che si ricevono. Per esempio, come ho già chiarito precedentemente, avere un rischio aumentato del 30% di sviluppare un tumore ha un significato diverso se la malattia è molto frequente o se, invece, è relativamente rara.

Il 30% in più di un numero piccolo significa un aumento limitato in termini assoluti, ma consistente se la malattia fosse molto diffusa”.

Il Centro Polispecialistico “Futura Diagnostica” offre al paziente una visita genetica ai fini di valutare l’eventualità e/o predisposizione al tipo di tumore?

“Il C.P. Futura Diagnostica ha attivato già da diversi anni con la collaborazione di eminenti Specialisti nel campo della Gastroenterologia, della Ginecologia e della Chirurgia presso la Clinica Santa Rita di Atripalda, all’epoca di proprietà del Gruppo Taccone, uno studio pilota che ha coinvolto oltre 50 famiglie di pazienti selezionati, con la presenza di neoplasie varie, fra cui le patologie prima descritte, i cui risultati sono stati oggetto di varie comunicazioni in Congressi Internazionali. Tale studio ha utilizzato per il calcolo delle frequenze e delle probabilità i seguenti parametri :

  • frequenze per i pazienti, variabili demografiche, cliniche, e la storia delle famiglie;
  • i tassi di mutazioni patologiche e varianti di significato incerto;
  • la frequenza di mutazioni non ancora identificate quali associate alle neoplasie studiate ma che possono essere inserite nella classificazione internazionale quali Marker genetici sospetti.

Infatti, negli Stati Uniti, le ricerche delle mutazioni genetiche sono state allargate non solo allo studio delle mutazioni già riconosciute, descritte ed associate alle neoplasie, ma anche a quelle mutazioni definite al momento no-sense, ma che potrebbero costituire una spia di allarme se riscontrate in una casistica sufficientemente alta. A tal fine i familiari di pazienti con patologie neoplastiche rientranti nella categorie di tumori a predisposizione genetica venivano intervistati in presenza dello specialista del ramo e della genetista di Futura, allo scopo di chiarire la finalità della intervista e la spiegazione della somministrazione del test genetico con il relativo consenso informato alla esecuzione dello stesso. L’anamnesi fatta al familiare in oggetto consentiva di avere tutte le informazioni sulla famiglia con rapporto di parentela di primo e di secondo grado in maniera da poter successivamente riscostruire un albero genealogico associato alla probabilità statistica di sviluppare nel tempo un tumore fra quelli studiati ed oggetto della familiarità. Veniva chiaramente indicato che la presenza di eventuali mutazioni non era necessariamente un aspetto prognostico sfavorevole, ma che tali mutazioni costituivano un bagaglio informativo necessario per poter stabilire nel tempo le frequenze dei controlli precedentemente indicati e le necessarie variazioni del tenore di vita evitando i potenziali cofattori che possono scatenare l’insorgere della malattia neoplastica”. 

Parliamo del consenso informato…

“Durante l’intervista veniva sottoscritto un modello prestampato ed all’uopo predisposto dagli specialisti con tutte le indicazioni necessarie da inserire successivamente nel prospetto risultante per la compilazione della statistica e dell’albero genealogico familiare. Nel modello del CONSENSO INFORMATO l’intervistato viene informato sulla motivazione e sulla richiesta di esami genetici in quanto alcune alterazioni del patrimonio genetico possono predisporre allo sviluppo di neoplasie. Tutti i risultati ottenuti dalle analisi genetiche sono da considerarsi strettamente confidenziali e sottoposti al vincolo del segreto professionale. Viene informato sul fatto che la malattia da cui è affetto o da cui sono affetti i familiari può aver origine da modificazioni e/o mutazioni del corredo genetico, per cui acconsente al prelievo per la esecuzione di esami genetici potenzialmente collegati alla malattia. A tale scopo acconsente che il campione, se prelevato in Clinica, venga conservato presso il C.P. Futura Diagnostica e che verrà utilizzato con la massima riservatezza nello stesso Centro, che provvederà anche alla archiviazione dei risultati dandone comunicazione esclusivamente al Medico Dirigente che firma il consenso o allo specialista prescrittore. L’intervistato, o il paziente affetto, acconsentono che le informazioni relative ai risultati possono essere utilizzate per la verifica dei tests anche su pazienti della stessa famiglia onde individuare preventivamente la predisposizione genetica alla stessa malattia.

Tale Consenso articolato viene datato e siglato contemporaneamente dalla persona che dà il consenso, dal Medico specialista che ha accolto il consenso e dallo Specialista in Genetica Medica che ha raccolto il consenso. Unitamente al Consenso Informato vengono catalogate anche tutte le informazioni anamnestiche e cliniche di indagini già eseguite di carattere diagnostico in senso lato – analisi, RX, tac, risonanza ed altro”.

Come avviene l’esame?

“Purtroppo risulterà un po’ difficile spiegare a chi non fa questo tipo di attività la metodologia, ma proverò ad essere quanto più semplice possibile. Il genoma umano Ã¨ la sequenza completa di nucleotidi che compone il patrimonio genetico dell’Homo sapiens, comprendente il DNA nucleare e il DNA mitocondriale. Ha un corredo approssimativamente di 3,2 miliardi di paia di basi di DNA contenenti all’incirca 200.000 geni. Lo schema del dosaggio può essere sintetizzato in due blocchi: il primo afferente alla Biologia e l’altro alla Bio-Informatica. Nel primo, il genoma viene sequenziato assegnando i nucleotidi che compongono i frammenti la lettera iniziale del corrispondente Acido Nucleico (Adenina, Guanina, Citosina e Timina), ottenendo così una stringa di caratteri alfabetici.  Questa tecnica si basa infatti sull’utilizzo di una serie di enzimi che producono luce in presenza di ATP quando un nucleotide viene incorporato nel filamento (ad opera della DNA polimerasi). Nel secondo, queste sequenze vengono analizzate in modo da unirle, dove possibile, scartale o correggerle in caso di errori, e quindi fornire al software, creato apposta dai nostri Biologi ed Informatici in un Progetto di Ricerca multi fattoriale iniziato nel 2015 e completato nel 2019, risultati validi, con la minor quantità di informazioni superflue. Il campione in esame viene prima trattato in maniera da estrarre il DNA. Questo viene amplificato mediante una tecnica definita PCR (Polymerase Chain Reaction) che consente la moltiplicazione e quindi l’amplificazione di frammenti di acidi nucleici dei quali si conoscono le sequenze nucleotidiche iniziali e finali. Si ottiene così un filamento amplificato che deve essere separato ed analizzato. Durante l’amplificazione vengono utilizzati enzimi di terminazione che producono luce di differente colore che possono alla fine essere rivelati con la strumentazione automatizzata e tarata per tali letture. Viene generata quindi una lista di migliaia di differenze fra il genoma in corso di studio ed uno di riferimento. Le variazioni riscontrate vengono analizzate dal software e consentono di determinare variazioni significative rispetto al normale e di evidenziare mutazioni patologiche”. 

Parliamo dei tipi di tumori per i quali è nota la familiarità…

“Il Ruolo del Test genetico. Il legame che esiste fra alcune specifiche mutazioni genetiche e alcune tipologie di cancro è un’area in cui si stanno concentrando sempre di più gli sforzi dei ricercatori.
L’eventuale presenza della mutazione nel patrimonio genetico del paziente fa aumentare in modo significativo la probabilità di sviluppare alcune tipologie di tumore. Identificare tempestivamente l’esistenza di queste mutazioni è un passo molto importante per la prevenzione e la diagnosi precoce di questi tipi di tumore ed eventualmente per il trattamento del paziente stesso. Il Test genetico viene proposto per alcune neoplasie frequenti nella popolazione e che possono essere preventivamente tamponate da regime di vita moderato, da controlli ripetuti nel tempo ad intervalli più vicini, da altri fattori scatenanti la Oncogenesi, quali Fumo, Stress, Esposizione ad inquinanti, ecc. Esempio classico per il Tumore della MAMMELLA, in cui vengono esaminati i geni coinvolti: BRCA1 – BRCA2. 
Altro Tumore abbastanza diffuso è la cosiddetta Sindrome di Lynch, nota anche come Hereditary Non-Polyposis Colorectal Cancer (HNPCC), che rappresenta una sindrome di predisposizione genetica che aumenta il rischio di sviluppare un cancro del colon-retto nel corso della vita. Oltre a questo tumore, le persone affette sono geneticamente predisposte a sviluppare anche tumori ad altri organi, come endometrio, intestino tenue, tessuto uroteliale (pelvi renale e uretere), stomaco, ovaio, pancreas e vie biliari, cervello, ghiandole sebacee. I Geni coinvolti: MLH1 – MSH2 – MSH6 – EPCAM – PMSLa Poliposi Adenomatosa Familiare (FAP) è una malattia rara a trasmissione genetica dominante caratterizzata dalla comparsa, di solito in età giovanile, di centinaia o migliaia di adenomi distribuiti nei vari segmenti dell’intestino. Se i polipi sono meno di 100 (da 10-20 a 99) si parla di Poliposi Familiare Attenuata (AFAP). Se non trattata, la FAP progredisce quasi invariabilmente verso lo sviluppo di uno o più carcinomi colorettali, di solito nella terza o quarta decade di vita; la comparsa di lesioni maligne può essere prevenuta attraverso un’attenta sorveglianza endoscopica ed un tempestivo intervento chirurgico. Geni coinvolti: APC-MUTYHIl Melanoma Ã¨ una neoplasia dei melanociti, che insorge “de novo” o da un nevo benigno preesistente. Il melanoma familiare rappresenta circa il 10-12% dei casi totali ed è generalmente definito in base alla presenza di : 1) due o più individui affetti distribuiti in due o tre generazioni di uno stesso ramo; 2) presenza di melanoma multiplo; 3) esordio precoce; 4) presenza nella famiglia di altre neoplasie correlate (tumore del pancreas, tumore della mammella). La predisposizione genetica si eredita secondo modalità autosomica dominante. Geni coinvolti: CDKN2A – CDK4Le indagini Genetiche vengono eseguite mediante una tecnica di  Sequenziamento del DNA  che consente di determinare geni multipli simultaneamente (‘test pannello a base’) rispetto alla sperimentazione sequenziale per una malattia ereditaria alla volta (‘test sindrome basata’). Questo studio, attivato già da diversi anni con la collaborazione di eminenti Specialisti nel campo della Gastroenterologia, della Ginecologia e della Chirurgia presso la Clinica Santa Rita di Atripalda, all’epoca di proprietà del Gruppo Taccone, ha coinvolto oltre 50 famiglie di pazienti selezionati, con la presenza di neoplasie varie, fra cui le patologie prima descritte, i cui risultati sono stati oggetto di varie comunicazioni in Congressi Internazionali.Tale studio ha utilizzato per il calcolo delle frequenze e delle probabilità i seguenti parametri :

  • frequenze per i pazienti variabili demografiche, cliniche, e la storia di famiglia;
  • i tassi di mutazioni patogene e varianti di significato incerto;
  • la frequenza di mutazioni non ancora identificate quali associate alle neoplasie indicate ma che possono essere inserite nella classificazione internazionale quali Marker genetici.

Infatti, negli Stati Uniti, le ricerche delle mutazioni genetiche sono state allargate non solo allo studio delle mutazioni già riconosciute, descritte ed associate alle neoplasie, ma anche a quelle mutazioni definite al momento no-sense, ma che potrebbero costituire una spia di allarme se riscontrate in una casistica sufficientemente alta”.

Concludiamo con il costo del test genetico sui tumori.

“La complessità dell’indagine presuppone ovviamente che il costo sia abbastanza alto e non eseguibile facilmente per tutte le persone interessate. Fortunatamente esiste la possibilità di eseguire tale esame mediante la prescrizione del Genetista Medico e del Medico di Medicina Generale utilizzando codici previsti nel Nomenclatore Tariffario Nazionale, ma limitatamente alla ricerca di specifiche mutazioni riscontrate nelle neoplasie di cui abbiamo discusso in precedenza. Negli Stati Uniti, e mi riferisco a loro in quanto abbiamo diretta conoscenza di quanto affermato, il costo dell’esame è di circa 3.000 dollari, ma presso la nostra struttura, se l’utente volesse fare l’esame in maniera privatistica, il costo è significativamente diverso in quanto ammonta a circa 800 euro”.

Fonte: irpiniatimes.it

Salute & Benessere, osteoporosi e vitamina D: prevenzione e diagnosi

Intervistata alla dott.ssa Carmela Palatucci, direttrice del Centro Polispecialistico “Futura Diagnostica” di Avellino con la quale abbiamo affrontato il tema “Osteoporosi e Vitamina D”.

Osteoporosi e Vitamina D: spieghiamo perchè sono strettamente collegate.

“L’osteoporosi è una malattia metabolica del sistema scheletrico, più frequente nelle donne e nelle persone anziane, caratterizzata dalla riduzione della massa e della densità dell’osso, senza che si riconoscano alterazioni qualitative e dei vari elementi dell’osso o anormalità nella sua composizione chimica e nella sua struttura. L’incidenza di questa patologia nei paesi occidentali cresce anno dopo anno, sembra a causa del progressivo aumento dell’età media della popolazione. Recenti tecniche isotopiche e metodi radiografici e istologici hanno dimostrato che nell’osteoporosi l’apposizione dell’osso è per lo più normale, mentre il riassorbimento osseo appare accelerato. L’allargamento degli spazi vascolari e midollari dell’osso, la riduzione numerica delle travate ossee conduce a un indebolimento dello scheletro con possibile insorgenza di fratture patologiche. Si conoscono due forme di osteoporosi: la primitiva che comprende l’osteoporosi post-menopausale, la cui causa principale è un deficit estrogenico dovuto alla menopausa, con aumento di perdita ossea dovuta all’età e in un’inibizione della formazione ossea contribuendo all’insorgenza di fratture da fragilità a carico soprattutto delle vertebre e del radio distale. L’osteoporosi viene anche definita “ malattia silente”, perché evolve senza dare sintomi, finché non provoca una frattura o un collasso di una vertebra, quindi più che malattia può essere considerata causa di malattia (frattura). Le fratture da fragilità possono coinvolgere la maggior parte dei segmenti scheletrici, ma più frequentemente a essere colpito è il corpo vertebrale, l’estremo prossimale del femore e dell’omero e l’estremo distale del radio.  La forma secondaria è invece causata da numerose patologie e assunzione di particolari farmaci. Esiste inoltre anche un’osteoporosi giovanile, che si manifesta nella fase infantile o adolescenziale, dovuta a mutazioni genetiche che causano alterazioni qualitative e quantitative della componente connettivale dell’osso. L’osteoporosi è una malattia cronica, che dipende da molti fattori. Normalmente i processi di formazione e riassorbimento del tessuto osseo sono strettamente correlati. Cellule specializzate, chiamati osteoclasti e osteoblasti, lavorano incessantemente per controllare e mantenere il giusto livello di mineralizzazione ossea. Gli osteoclasti riassorbono l’osso, demolendo piccole aree di tessuto vecchio e danneggiato; gli osteoblasti, invece ricostruiscono le nuove parti strutturali dell’osso e sono responsabili della mineralizzazione ossea. Tale processo di rinnovamento, chiamato “rimodellamento”, è regolato dal paratormone (PTH), dalla calcitonina, dagli estrogeni, dalla vitamina D, da varie citochine e da altri fattori locali come le prostaglandine. La vitamina D ha un ruolo primario nel mantenere in salute le nostre ossa e i denti, poiché favorisce l’assorbimento di calcio attraverso l’intestino e aiuta a fissarlo nei tessuti rinforzando lo scheletro”.

Effetti e rischi della carenza di Vitamina D

“La vitamina D, nota anche come vitamina del sole, è un composto organico liposolubile, simile per struttura chimica agli ormoni steroidei, accumulata nel fegato e non è necessario assumerla con regolarità attraverso i cibi, poiché il corpo la rilascia a piccole dosi quando il suo utilizzo diventa necessario. La vitamina D si presenta sotto due varianti: l’ergocalciferolo (Vitamina D2) presente prevalentemente nei vegetali (frutta,verdura e funghi) e il colecalciferolo (Vitamina D3), sintetizzato dalla pelle a partire dal precursore 7-deidrocolesterolo in seguito all’esposizione ai raggi solari. Per produrre la quantità di vitamina D3 necessaria per un efficiente funzionamento dell’organismo, sono sufficienti 15 minuti al giorno di esposizione al sole, senza aver applicato creme contenenti filtri di protezione dai raggi ultravioletti. La vitamina D è indispensabile per supportare un efficiente assorbimento intestinale dei due minerali fondamentali per la formazione delle ossa e dei denti, ossia il calcio e il fosforo. I livelli di calcio e fosforo nel sangue sono regolati, oltre che dalla vitamina D, anche da altri due ormoni:

  • il paratormone, che modula l’escrezione renale del fosfaro e promuove l’assorbimento di calcio, in condizioni di ipocalcemia;
  • la calcitonina, che stimola l’escrezione di calcio e fosfaro con le urine e il deposito di calcio nelle ossa, in presenza di ipercalcemia. 

Rispetto alle altre vitamine la vitamina D si caratterizza per un’azione più simile a quella degli ormoni e per la capacità di modulare l’espressione genica, oltre che per il coinvolgimento diretto o indiretto in una molteplicità di processi di regolazione metabolica e funzionale, a livello di innumerevoli organi e apparati. Numerosi studi hanno dimostrato che la vitamina D è essenziale per una corretta mineralizzazione delle ossa e dei denti durante l’accrescimento e per mantenere un’adeguata massa ossea e l’integrità dello smalto nel corso della vita adulta. La vitamina D contribuisce, inoltre, a mantenere normali livelli di calcio nel sangue, attraverso una regolazione della liberazione e del deposito di questo minerale nelle ossa, che ne rappresenta la principale forma di immagazzinamento nell’organismo; impedisce al calcio di depositarsi in altri tessuti del corpo, come i reni, le arterie o le cartilaginee ossee, dove potrebbe determinare disfunzioni e patologie severe ( arteriosclerosi, calcificazioni tessutali ecc.). Il calcio, inoltre, è in neurotrasmettitore fondamentale per assicurare una corretta contrazione del cuore e degli altri muscoli dell’organismo. La vitamina D ha anche funzioni extra-scheletriche, inclusa quella immuno modulante e anti proliferativa, ha anche un possibile  ruolo nelle malattie infiammatorie croniche e neoplastiche, nel diabete, nelle malattie cardiovascolari ed autoimmuni ed in ambito dermatologico, dove in deficit di vitamina D è associato a psoriasi, vitiligine, dermatite atopica, melanoma e tumori epiteliali della cute”.

Quali sono i sintomi che portano a sottoporsi a questo tipo di accertamento?

“La carenza di vitamina D è una condizione alquanto subdola, perché tende a palesarsi, con una certa sintomatologia, solo nel momento in cui i livelli sono davvero molto bassi. In un paziente, quindi, la carenza di vitamina D sintomatica può causare:

  • Dolore alle ossa;
  • Dolore alle articolazioni;
  • Debolezza muscolare;
  • Disturbi da fascinazione muscolare;
  • Ossa fragili, che tendono a deformarsi, nei soggetti di giovane età, o a rompersi facilmente, nei soggetti adulti: 
  • Difficoltà a concentrarsi;
  • Stanchezza ricorrente.

La carenza di vitamina D può avere cause diverse; infatti può dipendere sia da un insufficiente apporto alimentare, sia da un’inadeguata esposizione solare ( ridotta attività fisica all’aria aperta, pelle scura, vivere in zone molto distanti dall’equatore,eccessivo uso di creme solari), alterato assorbimento intestinale, malattie epatiche o renali che compromettono la conversione della vitamina D biologicamente inattiva alla forma biologicamente attiva, dalla terapia con farmaci che interferiscono il normale metabolismo della vitamina D (es. anticonvulsivanti, glucocorticoidi, antifungini, antivirali ecc.). Ad aumentare il rischio di carenza di vitamina D contribuiscono diversi fattori, tra cui: fumo di sigaretta, età avanzata, obesità, alcolismo, osteoporosi, allattamento al seno per lunghi periodi, presenza del Morbo di Crohn o celiachia, presenza di bypass gastrico”.

Come si può prevenire la carenza di vitamina D?

“Una corretta prevenzione della carenza di vitamina D è così riassumibile:

  • Esposizione al sole, senza creme solari, almeno 15 minuti al giorno
  • Dieta con adeguata quantità di alimenti ad alto contenuto di vitamina D (olio fegato merluzzo, oli di pesce, pesci come salmone, trota, aringa sgombro, tonno, pesce spada ecc.), tuorlo d’uovo, latte , burro, funghi (porcino e spugnolo).
  • Uso di integratori di vitamina D
  • Ricorso ad alimenti fortificati in vitamina D”.

Come si esegue l’esame?

“Per conoscere i livelli di vitamina D presenti in un paziente, il medico prescrive la richiesta della misura della concentrazione sierica del 25-idrossicalciferolo o 25-OH-D. Il paziente si deve sottoporre ad  un semplice prelievo di sangue venoso per poter eseguire l’esame, quindi il 25-OH-D è la forma con cui la vitamina D di origine solare o alimentare circola nel nostro  sangue. Per esprimere la concentrazione del 25-OH-D esistono due unità di misura: nanomole per litro, scritta piu’ comunemente nmol/l, e il nanogrammo per millilitro, identificato solitamente con ng/ml. E’ necessario osservare un digiuno di almeno 8 ore prima di eseguire il prelievo, è ammessa l’assunzione di una modica qauntità di acqua.

Valori di riferimento :

Carente     : < 20  ng/ml

Insufficiente : 20 – 30 ng/ml

Normale     : 30 -100 ng/ml

Tossico        : > 100 mg/ml”

Il costo dell’esame?

“La prescrizione del dosaggio della vitamina D e’ a carico del SSN con Codice Reg. 90.445.001 per i pazienti aventi diritto. Per gli altri il costo è di 15 Euro”.

Fonte: irpiniatimes.it

Test di paternità, dott. Peluso: “Esame accurato ed attendibile”

Abbiamo approfondito l’argomento con il dott, Pasquale Peluso, responsabile del Settore Biologia Molecolare del Centro Polispecialistico “Futura Diagnostica” di Avellino.

Test di paternità: che cos’è e a cosa serve? 

“Ogni individuo presenta nel proprio DNA uno specifico codice che definisce la sua impronta genetica. Infatti, ad eccezione di gemelli monozigoti, che risultano perfettamente uguali, il profilo genetico di ogni individuo è praticamente unico, come le impronte digitali; esso si basa sul principio che ogni individuo eredita il proprio patrimonio genetico dai genitori, in misura del 50% ciascuno. Pertanto, il presunto padre, dovrà possedere la metà del profilo genetico del figlio per essere considerato padre biologico”.

Come si effettua il test di paternità?

“La prima fase consiste nell’estrazione del DNA da campioni biologici (prelievo da sangue periferico, tampone buccale, ecc) e nella successiva analisi degli alleli materni e paterni al fine di determinare i profili genetici degli individui da confrontare. La determinazione del profilo genetico di un individuo comporta la genotipizzazione di almeno 15 regioni del DNA (loci) variabili da individuo ad individuo ed indicate come regioni Microsatelliti o STR. Successivamente, sfruttando le tecniche e i protocolli della biologia molecolare, viene effettuata una PCR (amplificazione genica) mediante l’impiego di un sequenziatore automatico a tecnologia fluorescente. Dall’esame di queste 15 regioni di DNA, si ottiene il profilo genetico che viene successivamente confrontato con attribuzione o meno della paternità”.

Quanto è affidabile questo test?

“Il test di paternità basato sull’analisi del DNA è attualmente la metodologia più accurata possibile. L’esame di almeno 15 regioni microsatelliti del DNA, generalmente consente di raggiungere una probabilità di paternità superiore al 99,99%. Questo valore probabilistico, derivante da un’analisi statistica, non potrà mai raggiungere il valore del 100% matematico; d’altronde, la giurisprudenza italiana prevede che la paternità è da considerarsi come ‘praticamente certa’ quando la probabilità di paternità supera il valore del 99,72%”.

Stando alle statistiche, il test di paternità è richiesto sempre più di frequente…

“Sfruttando la facilità dei prelievi biologici (tampone buccale), la loro varietà e la assoluta affidabilità del test, esso oggi viene utilizzato per molte altre tipologie di esami:

  • per determinare la maternità biologica nel caso in cui si voglia verificare la maternità biologica, con disponibilità di figlio e madre presunta;
  • per determinare la paternità biologica con la disponibilità di solo figlio e padre presunto;
  • per definire, in caso di fecondazione assistita, se sono stati utilizzati i corretti donatori di cellule germinali femminili;
  • per determinare la consanguineità, nel caso in cui si voglia l’identificazione di relazioni familiari; infatti il test è in grado di indicare con sicurezza se due persone sono correlate biologicamente e pertanto può essere utile nella determinazione di alberi genealogici;
  • per stabilire se due o più gemelli sono identici (monozigoti) oppure no (dizigoti).

I test di paternità possono essere effettuati anche in fase prenatale. Ce lo conferma?

“L’analisi del DNA per il test di paternità può essere effettuato anche prima della nascita del bambino. In questo caso, si possono utilizzare due distinte procedure di prelievo:

  • prelievo di villi coriali (PCV o villocentesi): esso si effettua normalmente intorno alla 10-13 settimana di gestazione e comporta il prelievo di cellule placentari. Contestualmente viene effettuato un prelievo di sangue/tampone buccale della madre e del padre presunto;
  • prelievo di cellule amniotiche (PCA o amniocentesi): esso si effettua generalmente dalla 15esima alla 24esima settimana di gestazione e prevede per il prelievo di cellule fetali dal liquido amniotico nonchè il sangue/tampone buccale della madre e del presunto padre.

Cosa può dirmi riguardo l’aspetto legale del test di paternità? 

“E’ da sottolineare che il test di paternità può o meno avere valenza legale. Il test con valenza legale prevede l’identificazione dei soggetti che vi si sottopongono nonchè l’acquisizione delle necessarie autorizzazioni che, nel caso di minorenni, deve essere rilasciata dagli esercenti la potestà genitoriale. Tale test potrà essere utilizzato per fini processuali ed azioni di riconoscimento/disconoscimento di paternità; il test informativo, a parità del risultato, fornirà delle informazioni circa la compatibilità/incompatibilità genetica tra i campioni biologici in esame. Il risultato prodotto avrà solo valore informativo e non potrà avere valenza giuridica non essendo stata accertata l’identità dei soggetti nè acquisite le necessarie autorizzazioni”.

Dottore, parliamo di tempistiche… quanti giorni bisogna aspettare per conoscere l’esito del test?

“Normalmente i risultati vengono elaborati in 7/10 giorni lavorativi dalla data di disponibilità dei prelievi”.

Concludiamo con il prezzo…

“Alla presenza della madre, del padre e del figlio, il prezzo dell’esame, presso il nostro centro, è di 1.350,00 euro”.

Fonte: irpiniatimes.it

Dott.ssa Policicchio: “Amniocentesi fondamentale per gravidanze a rischio anomalie cromosomiche”

la dott.ssa Margherita Policicchio, responsabile settore di citogenetica del centro Polispecialistico “Futura Diagnostica” di Avellino, ci ha parlato di “Amniocentesi”.

Dottoressa, cos’è l’amniocentesi, quando farla e quali sono i rischi?

“L’amniocentesi consiste nel prelievo per via transaddominale, sotto guida ecografica, di una piccola quantità di liquido amniotico dalla cavità uterina. In genere il prelievo di liquido amniotico, finalizzato alla diagnosi citogenetica prenatale, viene effettuato durante il II trimestre di gravidanza, intorno alla 17° settimana, quando la cavità amniotica ha raggiunto dimensioni tali da non costituire rischi per il feto. Tuttavia c’è da dire che, negli ultimi anni, la sempre maggiore richiesta di avere risposte precoci ha portato ad eseguire il prelievo anche prima, intorno alla 15°settimana. Riguardo ai rischi, sebbene l’amniocentesi sia una tecnica invasiva di diagnosi prenatale, bisogna dire che se praticata da personale esperto e ben attrezzato presenta un rischio abortivo molto basso, che dati di letteratura recenti stimano intorno allo 0,1%”.

Quali sono le indicazioni per eseguire l’amniocentesi?

“La diagnosi prenatale, mediante amniocentesi, si effettua nelle gravidanze che presentano un aumentato rischio di anomalie cromosomiche nel feto rispetto alla popolazione generale. Le indicazioni all’esame sono le seguenti: età materna >35 anni; precedente figlio affetto da una patologia cromosomica; genitore portatore di un riarrangiamento cromosomico strutturale bilanciato o di un cromosoma marker soprannumerario; genitore portatore di aneuploidie dei cromosomi sessuali compatibili con la fertilità o di un mosaicismo cellulare; anomalie fetali riscontrate ecograficamente; indagini biochimiche su siero materno indicative di un aumentato rischio di patologia cromosomica fetale. L’ amniocentesi va, inoltre, sempre eseguita per confermare l’esito positivo di un test di screening molecolare prenatale non invasivo quale la Nipt”.

Quali informazioni si possono avere dall’amniocentesi?

“La coltura delle cellule presenti nel liquido amniotico permette di analizzare il cariotipo fetale. In particolare consente la diagnosi di patologie dovute ad anomalie cromosomiche, siano esse numeriche (aneuploidie) che strutturali. Un esempio di aneuploidia può essere la trisomia 21, più comunemente conosciuta come sindrome di Down. Tra le anomalie strutturali che è possibile diagnosticare con l’amniocentesi ritroviamo: delezioni o duplicazioni abbastanza grandi, dell’ordine di circa 5Mb, che è il limite del potere di risoluzione della citogenetica classica; traslocazioni reciproche siano esse bilanciate che sbilanciate; inversioni cromosomiche; inoltre è possibile individuare la presenza di piccoli cromosomi marker e linee cellulari presenti a mosaico. Il limite dell’ amniocentesi è che non può evidenziare microdelezioni e microduplicazioni associate a patologie note quali ad esempio la Sindrome di Di George,  tanto per citare una delle più frequenti. Ancora con la sola amniocentesi non si possono identificare patologie genetiche dovute a mutazioni puntiformi quali, ad esempio, la fibrosi cistica o le talassemie. Per questo tipo di patologie la diagnosi è molecolare. Mi preme ricordare che nel nostro centro è possibile effettuare anche l’ Array-CGH (indagine di secondo livello) che diagnostica oltre 100 patologie genetiche da microdelezione e microduplicazione, che non possono essere identificate con il solo studio del cariotipo, e` tuttavia fondamentale sottolineare come solo attraverso l`indagine di citogenetica classica si possono diagnosticare riarrangiamenti strutturali bilanciati e mosaicismi cellulari a bassa percentuale”. 

Ci sono anche altri esami che si possono eseguire sul liquido amniotico?

“Sicuramente il liquido amniotico è un’ottima fonte di cellule staminali, multipotenti e capaci di differenziarsi in vari tessuti. Tali cellule possono essere prelevate e conservate nelle cosiddette banche di cellule staminali per un periodo di 20 anni. Sul liquido amniotico vengono anche eseguiti alcuni test biochimici come il dosaggio dell’alfafetoproteina (AFP) normalmente prodotta dal feto. Se l’AFP è presente in quantità superiori alla norma può essere indice di un’anomalia di sviluppo del tubo neurale(anencefalia, spina bifida, encefalocele, mielomeningocele), al contrario valori di AFP bassi possono riscontrarsi in feti con trisomia 21. Altre indagini sul liquido amniotico permettono di stabilire se il feto ha contratto alcune malattie infettive come il citomegalovirus, la toxoplasmosi o la rosolia”.

L’amniocentesi è dolorosa?

“Normalmente le pazienti che si sottopongono all’amniocentesi non provano dolore, ma solo un leggero fastidio, come quello che si percepisce con una normale puntura, anche perchè il calibro dell’ago è piuttosto sottile. L’esame dura, in genere, pochi minuti e non richiede anestesie, in ogni caso è opportuno rivolgersi ad uno specialista di comprovata esperienza. L’unica precauzione per la paziente è quella di non sollevare pesi e di non effettuare sforzi nei 2/3 giorni successivi all’amniocentesi”.

Dopo quanto tempo è possibile avere un risultato?

“In genere i tempi di risposta vanno dai 14 ai 21 giorni, questo perché le cellule fetali presenti nel liquido amniotico necessitano di una coltura a “lungo termine”. Ci sono casi in cui i tempi di refertazione possono allungarsi, come ad esempio con i prelievi ematici. Nel nostro centro cerchiamo sempre di essere rapidi, soprattutto per i casi più complessi che richiedono una consulenza genetica clinica. Sul liquido amniotico è possibile eseguire anche la QF-PCR (Quantitative Fluorescent PCR), un esame di biologia molecolare che consente alla paziente di avere un risultato rapido, entro 24-48 ore dal prelievo, relativo alle trisomie dei cromosomi 13, 18 e 21 ed alle aneuploidie dei cromosomi sessuali. Tuttavia anche la QF-PCR, per quanto utile a rassicurare rapidamente la paziente sulle principali trisomie analizzate e a svelare il sesso del nascituro non è in grado di identificare né riarrangiamenti strutturali né mosaicismi cellulari”.

Quanto costa fare un’amniocentesi presso il Centro Futura Diagnostica di Avellino? 

“Nel nostro centro l’amniocentesi ha un costo privato di 130euro. Il Servizio Sanitario Nazionale prevede l’amniocentesi anche con impegnativa medica: per le gravidanze normali occorre la prescrizione medica con un ticket da 56,15; per le gravidanze a rischio e per le donne con un’età superiore a 35 anni, il ticket è di euro 5,00“.

Fonte: irpiniatimes.it